A proposito di chi legge solo i titoli

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Ha suscitato parecchie polemiche la vicenda del caso Dora, nel veronese, ma ancora più polemiche ha sollevato la presunta voglia, da parte nostra, di portare un po’ di luce e chiarezza sull’intera faccenda.

Una faccenda da condannare, che conta un episodio di razzismo ai danni di una quindicenne solo perché di colore. Quel che però fa storcere il naso, ad oggi, è la presunta presa di distanza e indiretta “non veridicità” di certe dichiarazioni da noi riportate e successivamente analizzate sul quale in molti – tra cui l’avvocato Ciro Maschio, Presidente del Consiglio Comunale di Verona e il quotidiano online Verona Sera – hanno puntualizzato.

Non serve certo una laurea in giornalismo per comprendere che il termine “bufala”, in riferimento all’articolo da noi pubblicato sulla vicenda dal titolo “Verona, la bufala del concorso canoro razzista”, fosse attinente al concorso “fantasma” (così come riportato dalle dichiarazioni dello stesso Presidente del Consiglio Comunale Ciro Maschio), e non certo in merito allo scambio di frasi su Facebook avvenuto tra l’organizzatore dell’evento in questione e la quindicenne.

D’altronde basta prendere in mano il dizionario per rendersi conto del fatto che con l’espressione “bufala”, nel linguaggio giornalistico, si intende chiaramente “notizia priva di fondamento”, ma anche volta a una “svista, errore madornale; affermazione falsa, inverosimile”, come sottolinea più chiaramente – e diligentemente, aggiungeremmo noi – la Treccani.

Pertanto, alle precisazioni giunte in risposta al nostro articolo dal Presidente del Consiglio Comunale di Verona Ciro Maschio, secondo cui “Per correttezza non era una bufala. Nè una montatura. Era un concorso canoro campato in aria che poi è sparito….” risponderemmo che il termine bufala in tal caso non comporti necessariamente il fatto che l’intera notizia sia infondata, bensì che anche soltanto una parte di essa lo sia. L’attenzione e il risalto della notizia da noi riportata ricadeva dunque sulle affermazioni dello stesso in relazione al “concorso fantasma” e non certo all’intera vicenda (non meno importante e in ogni caso da condannare).

Così come il giornalismo impone di fare, sempre restando all’interno dei doveri e diritti di un giornalista o aspirante tale, è necessario considerare l’esistenza del diritto di cronaca, così come anche del diritto di critica nel rispetto della verità e dell’interesse pubblico. E proprio nell’interesse della verità e dell’interesse pubblico Secolo Trentino si è adoperato affinché venisse sollevata una riflessione critica in merito ad un “caso mediatico”, sempre come dallo stesso Maschio sottolineato, ai danni di una collettività – quella di Verona e della sua amministrazione – che con il razzismo nulla aveva a che fare.

Dopotutto “Il concorso era “campato in aria” quindi era giusto chiarire che l’Amministrazione comunale non c’entra nulla e che è inaccettabile che per la frase di un singolo sia penalizzata l’immagine della città…”, come sottolinea lo stesso Maschio nella precisazione al nostro articolo; e proprio di questo Secolo Trentino ha trattato, dando risalto al fatto che nessun permesso o richiesta di spazi fosse giunta al Comune, sottolineando il fatto che ci fosse stata una importante svista (per tornare alla definizione iniziale di “bufala”) che certo si poteva evitare. Ecco perché Secolo Trentino, nella sua opera volta a garantire un’informazione imparziale e non influenzata da logiche propagandistiche, ha tenuto – come sempre ha fatto – a prendere le dovute distanze.

 

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