SALDI OSSERVATORI DEL FUTURO, I GIOVANI E IL LAVORO: POCHI PENSANO ALL’ARTICOLO 18

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«Il dibattito sull’art.18 rischia di essere secondario perché, piaccia o no, riguarda solo una parte minoritaria dei lavoratori. La sfida del mercato del lavoro è detassare il lavoro» ha detto durante il “Festival delle generazioni” a Firenze, il presidente di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, Giorgia Meloni. Ma sarà vero? I giovani sono interessati al posto fisso, oppure no?

La chiamano ormai ufficialmente Generazione Y, ovvero hanno anche trovato un termine per definirla: Millennial, sarebbero le persone che attualmente hanno un’età definibile come Giovanile, che va dai 20 ai 35 anni, quella famosa classe dirigente del futuro, che si appresta a iniziare il percorso di studi specialistico superiore e si sta avvicinando ai ruoli di potere e di amministrazione, alla testa di aziende, ditte, uffici, ma anche associazioni e partiti politici, perché no.
E’ importante darne una definizione chiara, poiché la Generazione X, ovvero la precedente, che ora ha un’età compresa tra i 35 ed i 47 anni circa, è riuscita in parte a modificare il pensiero sociale in riferimento alle dinamiche uomo/donna, lavoro fuori dalla famiglia e concezione della vita lavorativa Italia/estero, cambiando sia il ruolo delle mamme che dei papà nella vita quotidiana, che ampliando l’offerta di lavoro e di partecipazione sociale alle donne, nonché concependo le esperienze lavorative fuori sede non come un fenomeno di “migrazione” perenne, bensì di esperienza vantaggiosa, economicamente e fiscalmente, nonché dal punto di vista culturale.
Ora la Generazione Y si presenta con parità di diritti e doveri, parità dei sessi, parità di opportunità tra classi sociali nello studio e nel lavoro, non è certo una cosa da poco.

Nel mezzo di questo splendido e florido percorso culturale ed economico che i giovani hanno possibilità di intraprendere, per dare lustro alla loro carriera, la tremenda crisi economica che ha messo in crisi qualsiasi progettualità giovanile: dal primo crack delle Borse europee causato dal rimbalzo della Lehman Brothers, in poi, la fiducia è crollata e le Borse hanno avuto notevoli difficoltà a riprendersi, anche per via della reazione a catena causata dai Mutui Subprime senza copertura e dalla bolla delle Index Linked, le azioni di rimando, praticamente scomparse dal panorama dei PAC e dei portafogli di investimento.

Tradotto in parole semplici: la Generazione Y è cosciente di partire da zero, non solo con il portafoglio vuoto, ma anche con le casse di Stato vuote, non ci sono più soldi, o almeno non ce ne sono tanti, quanti prima dell’euro, negli anni ’90, quando la “meritocrazia” era l’unico scoglio da superare, di fronte al dramma delle raccomandazioni e delle piccole mafie occupazionali.

Senza soldi, ma con tanta dignità: l’Art.18 non lo pretendono, non è lo scopo principale della loro vita, nata e sviluppatasi tra avvertimenti di guerre e avvertimenti di crisi internazionali, perché se dobbiamo dirla tutta, a questi giovani, ogni giorno, abbiamo dato una botta di insicurezza. Per cui, che dire a un bambino cresciuto guardando gli Americani bombardare tutto il mondo, che l’Art.18 è un testo che garantisce loro un futuro stabile e sereno?

Giovani che se la cavano: cercano di essere “interattivi” con le aziende in cui sono inseriti, sono abituati a prendere parte al processo produttivo, sono disposti a sacrifici per l’azienda, ma con “la mente” impegnata in quello che fanno. Giovani positivi, tutto sommato, che non cercano “il sindacato” quando vi sono problemi, ma cercano un dialogo diretto con il loro interlocutore. Poco avezzi alle gerarchie, vogliono essere partecipi di quello che funziona e che non funziona.
Scrivono su facebook e postano su twitter, fotografano si Instagram e cercano lavoro su Linkedin, più interattivi di così è difficile. Sperano ancora, contiamo di non deluderli, sullo sviluppo tecnologico, tanto che molti cercano ancora carriera in aziende che hanno sicuramente avuto un grande sviluppo, come la Microsoft, la Google e la Apple, dove probabilmente resteranno delusi. Credono anche nello sviluppo dei grandi marchi, fenomeno della comunicazione di massa, che ha puntato tutto sul “salvabile” le poche aziende nazionali che ce la stanno facendo, come la Fiat, la Barilla, Eni o Enel. Del resto le uniche rimaste a fare proposte degne di un giovane in età lavorativa.

Dal punto di vista “concreto” tra coloro che si dedicano alla ricerca del lavoro tradizionale o che decidono di recuperare gli antichi mestieri del passato, e coloro che invece decidono di dedicarsi alle libere professioni, vi è la classe produttiva che sta sostituendo agricoltori ed artigiani: i “co-workers” che collaborano con aziende in veste di lavoratori esterni, si propongono come ditta individuale o micro-società, partecipa alle Start-Up e chiede che vi siano più agevolazioni per l’accesso al credito alle piccole neo-imprese giovanili, perché vi è un dato che fa riflettere: il mito della grande azienda sembra essere definitivamente inabissato, fare l’industriale non piace più ai giovani, che hanno essenzialmente una mentalità libera ed indipendente fortemente improntata sull’amore per l’ambiente e per la natura. Che sia il “vero” segno dei tempi che cambiano?

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