SALUTE MENTALE: LA SOLITUDINE DELLE FAMIGLIE COLPITE

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Secondo le statistiche emesse dal Servizio Sanitario dell’Azienda Trentina la nostra provincia ha un numero di persone che soffrono di disagio mentale, seguiti dalla pubblica assistenza, inferiore alla media nazionale. Dal 1978, dopo l’entrata in vigore della Legge 180 che ha chiuso gli Ospedali psichiatrici, integrando le degenze per settore, a seconda del disturbo, alle strutture ospedaliere generali, la competenza è del Dipartimento psichiatrico, che si basa sulla logica dei Servizi di salute mentali territoriali: strutture che coordinano le attività dei diversi servizi, pubblici e privati, che consentono una vita normale alle persone che hanno malattie a breve o a lungo termine che colpiscono il sistema nervoso e neurologico.

La logica secondo cui sono concepiti tali servizi è quella dell’integrazione di servizio pubblico, territorio e famiglia.
La cronaca, però, più spesso offre esempi che mettono in luce le lacune di questo sistema: momenti di vuoto assistenziale, che sono intervenuti in seguito alla cancellazione del servizio domiciliare, che in qualche modo consentiva un feed back continuo, giorno per giorno, con le persone che hanno problemi di autonomia decisionale.

L’ultimo esempio ha sconvolto la comunità trentina locale: parliamo del ritrovamento di una donna di 83 anni, a Trento, nel pieno del quartiere della Bolghera, ironicamente al piano superiore delle Pompe funebri, in un’abitazione che si trova precisamente di fronte alla struttura ospedaliera principale, l’Ospedale Santa Chiara. Con la farmacia a pochi passi, la Guardia medica e il sevizio del 118 a pochi metri.

Due donne, madre e figlia, viventi nello stesso appartamento. La figlia seguita dal servizio malattie mentali è quindi “a carico” della mamma. Ma la mamma muore. Un mese dopo i vicini di casa, a causa della degenerazione organica del corpo della donna, allarmano le Forze dell’Ordine per la situazione anomala.
Nell’arco del mese precedente, la figlia, che a questo punto ha preso il “comando” della situazione famigliare, dopo aver quotidianamente riportato testimonianza della salute della mamma, non ha mai denunciato che la signora “non stesse bene”.

Ci si chiede allora in questa situazione quale fosse il vuoto assistenziale che ha colpito questa famiglia: solitudine in compagnia, nessuno ha la possibilità di controllare con un servizio pubblico la situazione di una famiglia debole, figlia malata e madre anziana, come si può considerare una ultraottantenne.
Direte voi: a ottant’anni una persona è perfettamente autonoma. E certo che sì, lo è, ma se una persona vive da sola, o meglio la si può considerare sola alla luce di una figlia a carico, quali sono gli strumenti per avere un continuo filo di comunicazione diretto che consenta di dire che tutto va bene? In questo caso, incaricata la figlia di fare da tramite, qualcosa di errato c’è stato. Ovvero: i servizi sociali erano a conoscenza che la situazione mentale della ragazza non avrebbe consentito la presa di coscienza della morte, oppure questo è un dato che è emerso solo dall’esperienza fatta?

Risulta impensabile dedurre che il Dipartimento di salute mentale non avesse chiaro se la giovane percepisse le cose più semplici: giorno, notte, tempo che passa, vita e morte. Viene da chiedersi se sia stato un incidente causato da un errore o se l’autopsia stabilirà che la morte della donna è dovuta alla caduta o ad altro.

Non vi sono più strutture, non vi sono più le assistenti domiciliari, non si recapitano più le cure a domicilio: come si fa dunque in un servizio pubblico che “taglia le mani” all’assistenza stessa e isola i malati, a dare un servizio che possa funzionare? Le strutture di volontariato non possono supplire al servizio pubblico continuativo e quotidiano.

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