Secondo la Crusca (e la Boldrini) un articolo può vincere il sessismo linguistico

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Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo rosa anche con un altro nome avrebbe il suo profumo”: non la pensa così la presidente della Camera Laura Boldrini, impegnata da tempo in una battaglia a favore della declinazione femminile di alcuni sostantivi, tra cui proprio “presidente”.

E proprio in occasione della Giornata Internazionale della donna, è arrivata la notizia da parte dell’Accademia della Crusca che, dopo “petaloso”, ha ammesso anche termini come “ministra” e “chirurga”, appoggiando la campagna di genere della Boldrini. Una vittoria per quest’ultima che non ha mai nascosto il suo spirito femminista, ribadito in occasione dello scorso 8 Marzo, quando ha deciso di abbassare a mezz’asta il tricolore e la bandiera dell’Ue sulla facciata di Montecitorio, in segno di lutto per un funerale a cui lo Stato assiste “inerme”.

Tra le fila dei sostenitori contro il sessismo linguistico, anche Alessandra Longo di Repubblica, che scrive: ”La Crusca prende posizione. Al dibattito organizzato dall’Intergruppo parlamentare sulla questione di genere, la presidente emerita dell’Accademia linguistica, Nicoletta Maraschio, fornisce l’assist scientifico alla Boldrini: «Se è corretto dire la maestra e il maestro, l’operaia e l’operaio, sono corretti, sotto il profilo grammaticale e sociologico, anche l’architetta, l’avvocata o l’avvocatessa». Fine delle discussioni e, sopratutto, dei sarcasmi. Diciamo cliccare, taggare, ce la faremo a pronunciare magistrata?”

Tornando sull’argomento, in occasione della sua nomina di presidente della Crusca nel 2008, Nicoletta Maraschio dichiarò:”Il problema non è semplice: bisogna tener conto della tradizione e, allo stesso tempo, rinnovarla, per dare alle donne il ruolo, anche linguistico, che spetta loro”. In effetti la questione fu sollevata già nel secolo scorso, quando il fatto di dover dipendere dal genere nemico, portò le femministe a ribellarsi contro una simile limitazione e a chiedere designazioni autonome. Contrariamente a quanto si vuole far credere, le ragioni di tali regole grammaticali sono soprattutto culturali, visto che in passato erano solo gli uomini a ricoprire determinate cariche come quella di sindaco o avvocato.

Era il 1987 quando Alma Sabatini scriveva ne “Il sessismo nella lingua italiana”: “L’impostazione «androcentrica» della lingua […] riflettendo una situazione sociale storicamente situabile, induce fatalmente giudizi che sminuiscono, ridimensionano e, in definitiva, penalizzano, le posizioni che la donna è venuta oggi ad occupare”. La condanna era inoltre rivolta al “maschile neutro”, ovvero all’uso di termini che comprendessero implicitamente anche le donne, come “uomini” per indicare “uomini e donne”, quasi a voler economizzare perfino le parole.

E’ interessante notare come molti termini siano, in realtà, già contemplati dal vocabolario della lingua italiana, ma usati in diversi ambiti rispetto al corrispondente maschile: “avvocata” nella preghiera, “segretaria” in ufficio e “ispettrice” a scuola, mentre “avvocato” in tribunale, “segretario” in ambito diplomatico e “direttore” in ambito finanziario; sottili differenze che parlano da sé.

Il sessismo della lingua italiana non si riduce solo a “il presidente/la presidente” o “il sindaco/la sindaca”, visto che il caso “il governante/la governante” suscita maggiore sdegno: il femminile, infatti, non è certo inteso come colei che governa uno Stato, quanto piuttosto come colei che dirige la casa; tutta questione di retaggi culturali difficilmente sradicabili.

Dunque, riprendendo proprio la citazione di Shakespeare, che senso ha lottare per l’affermazione di “nuovi termini”, quando, in realtà, sarebbe meglio rivedere l’interpretazione e, soprattutto, l’uso che si fa di alcuni già presenti? Sì, perché è tutta una questione di lettura e di contesto in cui il lemma viene utilizzato e non sarà certo un articolo a cambiare lo stato di cose. Ciò che andrebbe preservata è la sostanza, non la forma.

di Antonella Gioia