Solo un’alleanza con la Cina salverà l’Italia

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Il 14 e 15 maggio si è svolto a Pechino il summit internazionale per promuovere la “nuova via della seta”, alias “one belt, one road”: l’ambizioso progetto infrastrutturale con cui la Cina intende avvolgere per terra e per mare il continente euroasiatico. Benché lo scopo ufficiale del piano sia di natura prettamente economica, è innegabile che l’iniziativa abbia anche un’evidente valenza geopolitica: “la nuova via della seta” è il concorrente cinese degli statunitensi TTP/TTIP. Ne deriva l’ostilità di tutte quelle istituzioni, in primis la UE, portatrici di una visione “atlantica” del mondo. Per l’Italia, terminale immaginario della “nuova via della seta marittima”, il piano cinese è un’imperdibile occasione per uscire dalla perifericità della UE/NATO e ritrovare, nel Mediterraneo, una propria centralità geopolitica.

Ritorno al 1492: l’Eurasia è il centro del mondo

L’evento ha avuto poca eco in Occidente, eppure il summit che si è svolto a Pechino tra il 14 ed il 15 maggio andrebbe ascritto a quella lunga serie di episodi utili a dimostrare come la mappa del potere economico e politico globale sia in rapido cambiamento: la lunga parentesi che, apertasi nel 1492, spostò il baricentro del mondo sull’Atlantico, sta per chiudersi. L’assetto internazionale “ritorna” al passato: quando l’Impero Celeste era la prima economia globale, il continente euroasiatico era il cuore dell’umanità ed il Mar Mediterraneo era più vitale e determinante dell’Atlantico. Per l’Italia, questa “rivoluzione geopolitica” è ovviamente un bene, perché consente di riacquistare una centralità persa alla fine del Quattrocento, quando prima la Spagna, poi la Francia ed infine la Gran Bretagna ci sottrassero il primato economico europeo. Non è quindi un caso se tra i pochi premier europei presenti a Pechino ci fosse Paolo Gentiloni: per Roma, i piani cinesi valgono più che qualche miliardo di investimenti. Sono il potenziale rilancio dell’Italia come centro del Mediterraneo e ponte tra Europa ed Asia: come ai tempi d’oro della Serenissima.

Il summit del 14 e 15 maggio è stato l’occasione della Repubblica Popolare Cinese per riunire tutti i Paesi toccati dalla “nuova via della seta” (nota anche come “One Belt, One Road”) che Pechino sta progettando e, ovunque incontri favori, costruendo: si tratta di un ambizioso piano di infrastrutture ferroviarie, stradali e marittime con cui integrare l’enorme massa euroasiatica. Da est ad ovest, dalla Cina alla Europa, dal coste del Mar Cinese a quelle del Mar Mediterraneo, tagliando fuori (che vendetta, per le repubbliche marinare italiane e l’Italia intera!) l’Oceano Atlantico. I cinesi sono molto solerti nel sottolineare come il progetto, definito da alcuni come un “piano Marshall asiatico” (Pechino si è impegnata a spendere 150 $mld all’anno nei 68 Paesi che hanno finora firmato il protocollo d’intesa1) abbia finalità solo economiche: nuove infrastrutture per abbattere i tempi ed il costo dei trasporti, così da aprire un numero crescente di mercati all’industria cinese. Eppure, la finalità geopolitica della “nuova via della seta” è evidente: creare un mondo che, dopo la lunga eclissi iniziata nell’Ottocento, torni a ruotare attorno all’Impero Celeste, scalzando i “parvenu” americani.

L’enorme portata geopolitica della “nuova via della seta” si può cogliere, infatti, molto facilmente se la si confronta con gli analoghi progetti (anch’essi, ovviamente, solo “commerciali”) degli Stati Uniti: il TTP ed il TTIP, momentaneamente sospesi dall’amministrazione Trump, con cui Washington avrebbe voluto “inglobare” l’Estremo Oriente, esclusa la Cina, e l’Europa, esclusa la Russia. Se gli accordi commerciali promossi dagli USA andassero in porto, l’attuale assetto mondiale sarebbe perpetuato: un mondo ruotante agli Stati Uniti, attorno a cui gravitano l’Europa e l’Asia, separate da un enorme vuoto economico e politico. È l’artificiosa architettura geopolitica uscita dalle due guerre mondiali precedenti, per cui il fulcro del mondo è passato dal continente euroasiatico, dove ha risieduto per millenni, “all’isola” americana, erede diretta di un’altra isola a sua volta, la Gran Bretagna. La “nuova via della seta” è la base della “pax sinica” sognata a Pechino: l’ordine mondiale edificato da una grande potenza continentale, dopo la plurisecolare predominanza delle potenze marittime (“pax britannica” e “pax americana”).

Nonostante, infatti, la “nuova via della seta” contempli una via marittima che, partendo dal Mar Meridionale Cinese arriva sino a quello Mediterraneo, toccando l’India ed il Corno d’Africa, la visione di Pechino è quella di una potenza terrestre. I disegni geopolitici di Pechino si inquadrano nello storico scontro tra terra e mare: per l’establishment atlantico, l’integrazione infrastrutturale, economica e politica del continente euroasiatico è il peggior incubo possibile. La “nuova via della seta”, con le sue ferrovie che si irradiano verso l’Asia Centrale, la Russia, l’Europa ed aggirano lo stretto di Malacca, rende impossibile per le potenze marittime “strangolare” gli avversari con la classica strategia dell’anaconda, di cui furono già vittima la Germania guglielmina, l’Italia fascista ed il Giappone imperiale. Non solo. “La nuova via della seta” rende inevitabilmente marginali tutti i Paesi situati alla periferia del continente euroasiatico: per gli Stati Uniti significa essere tagliati fuori de facto dal flusso economico Est-Ovest/Ovest-Est.

I venti di guerra che soffiamo ormai da parecchi anni, sono generati proprio dallo scenario di un’integrazione euroasiatica, considerata come una minaccia esiziale per l’establishment atlantico: incuneandosi nell’Afghanistan, alimentando l’estremismo islamico nell’Asia Centrale, fomentando i separatismi di Tibet e Xinjiang, sognando la destabilizzazione e/o la balcanizzazione della Russia, l’oligarchia angloamericana tenta in ogni modo di impedire la saldatura dell’Eurasia, conscia che un asse tra Mosca e Pechino è capace di insidiare l’attuale ordine mondiale ed un eventuale asse tra Mosca, Pechino e qualche capitale europea lo ribalterebbe.

In questo quadro l’Unione Europea non è nient’altro che un residuato del declinante mondo incentrato sull’Atlantico: la UE, proprio come la NATO, è la semplice “testa di ponte” angloamericana sul continente euroasiatico. Bruxelles è incapace di esprimere una politica autonoma dagli Stati Uniti, perché è contro la sua più intima natura: l’esempio della “nuova via della seta” è calzante. Al vertice del 14-15 maggio, Bruxelles si è rifiutata di siglare il documento finale stilato delle autorità cinesi, adducendo come pretesto l’assenza di “trasparenza, sostenibilità e reciprocità2”. Un’analoga azione frenante è esercita da Bruxelles là dove Pechino sta tentando di costruire la prima tratta europea della “via della seta”: l’Unione Europea ha, infatti, recentemente bloccato con un cavillo legale3 i lavori delle ferrovia ad alta velocità tra Belgrado e Budapest, parte integrante della tratta con cui i cinesi vorrebbero unire il porto del Pireo (acquistato dalla China Cosco nella primavera del 20164) all’Europa Centrale. Come l’Unione Europea è stata determinante nell’imporre le sanzioni economiche contro la Russia nel 2014, così oggi tenta in ogni modo di impedire che la “via della seta” penetri in Europa: nel solo interesse dell’establishment atlantico.

La crisi irreversibile in cui è entrata l’Unione Europea in questi ultimi anni ha però riaperto qualche spazio di manovra per i singoli Paesi: capita così che persino un Paese succube dei poteri atlantici, come l’Italia, “osi” dimostrare il proprio interessamento per la “nuova via della seta”. Paolo Gentiloni è stato tra i pochi premier europei (insieme a Mariano Rajoy, Viktor Orban, Alexis Tsipras e Beata Szydlo5) ad aver presenziato al summit di Pechino, rompendo l’abituale appiattimento alla linea americana. È una mossa, quella di Gentiloni, dettata senza dubbio dalla disperata penuria di capitali che attanaglia l’Italia. Ma anche dalla consapevolezza che “la nuova via della seta” cinese è un’opportunità troppo allettante per il nostro Paese per essere gettata alle ortiche.

Dalla periferia al centro: l’imperdibile occasione offerta dalla “via della seta”

Dal fatidico biennio 1992-1993, spartiacque tra la Prima e la Seconda Repubblica, l’Italia sta vivendo un lungo ed apparentemente inarrestabile declino economico, sociale e demografico: l’apice di questa decadenza coincide con gli anni che intercorrono tra il 2011 ed oggi, quando la combinazione di eurocrisi e destabilizzazione del Medio Oriente ha precipitato l’Italia in uno dei periodi più bui della sua storia. Depressione economica, disoccupazione record, crollo delle nascite, flussi migratori indiscriminati e perdita di mercati di sbocco sono i tristi fenomeni che stanno scandendo la rapida involuzione dell’Italia. Sono argomenti spesso al centro dei nostri articoli. Il quesito che ci preme ora è però il seguente: è possibile dare una spiegazione geopolitica/cartografica del declino italiano?

Sì, è possibile. L’Italia sta pagando a carissimo prezzo la sua duplice perifericità: il nostro Paese si colloca oggi sia ai margini del sistema  “NATO” che del sotto-sistema atlantico “UE-euro”. La prima perifericità espone direttamente il nostro Paese alle aree destabilizzate dagli angloamericani e francesi: Magreb, Levante, Corno d’Africa ed Africa Sub-Sahariana. Il nostro Paese è investito direttamente dai flussi migratori generati dai cambi di regime, dal terrorismo e dall’austerità del FMI: Francia, Germania e Regno Unito (per non parlare degli Stati Uniti) hanno subito danni nettamente inferiori dall’incendio che ha devastato il lato sud del Mediterraneo in questi ultimi sei anni. La seconda perifericità, quella relativa alla UE/euro, ha invece prodotto (in virtù del cambio fisso della moneta unica) la desertificazione economia del Paese a beneficio dell’area marco: come se non bastasse, l’Italia è stato poi sottoposto ad un pesantissima cura di austerità/svalutazione interna dal 2011 in avanti, così da raddrizzare la nostra bilancia commerciale e tenerci ancorati all’eurozona. Il risultato finale è stato un’ulteriore marginalizzazione rispetto al nocciolo tedesco, a causa dell’esplosione delle sofferenze bancarie, del debito pubblico e della disoccupazione.

È facile intuire come la prosperità ed il benessere di un Paese siano dati dalla sua centralità rispetto ad un sistema geopolitico-economico: chi vive ai margini, è inesorabilmente destinato a vivere tra stenti e precarietà, a meno che (ma non è il caso né della NATO né della UE) il centro non ridistribuisca ricchezza e/o sicurezza alla periferia. Per l’Italia si pone quindi la necessità di riacquistare una propria centralità geopolitica, così da arrestare il pluridecennale processo di decadenza. Se l’Italia non può prosperare come periferia del decadente impero angloamericano, né come appendice meridionale dell’Europa a trazione tedesca, il nostro Paese ha un avvenire soltanto riscoprendo la sua centralità nel Mediterraneo, creando attorno a sé un proprio sistema geopolitico che abbracci il Nord Africa, il Mar Rosso, il Levante ed i Balcani. Rientra quindi in campo la sullodata “nuova via della seta” cinese.

La “via della seta marittima”, la tratta che parte dal Mar Meridionale cinese per arrivare al Mediterraneo, dopo aver toccato India e Corno d’Africa, è un’occasione imperdibile per l’Italia che, dopo la Russia, trova nella Cina un potenziale alleato di primo piano per la stabilizzazione/sviluppo di tutto il quadrante mediterraneo. Il Mar Mediterraneo, tornando ad essere il luogo di transito dei flussi economici tra Europa ed Asia, ritroverebbe una sua unità dopo anni di guerre e destabilizzazioni e, soprattutto, riacquisterebbe quella centralità persa 600 anni fa, quando il baricentro del mondo si spostò sull’Oceano Atlantico. L’Italia, sciolti i legacci della UE/NATO che le relegano ai margini del sistema euro-atlantico, potrebbe così ad essere il fulcro di un sistema geopolitico che abbraccia tutto il Mediterraneo, collocandosi al centro del flussi economici che transitano dall’Europa del Nord all’Asia, passando per Suez.

Si discute su quali possano essere i porti italiani idonei a fungere da terminale per la “via della seta marittima”: spesso si cita il sistema portuale di Trieste, sia per la sua relativa modernità che per la vicinanza con la Venezia “di Marco Polo”. Come dimostra il caso del porto Pireo in Grecia, è però interesse dei cinesi “sbarcare” a terra il primo possibile, così da ridurre di un giorno la navigazione ed abbattere i costi assicurativi. Servono poi porti con acque profonde, cosi da permettere alle super-navi portacontainers di attraccare senza difficoltà. L’Italia, sviluppandosi in senso longitudinale da Nord a Sud, offre ottimi porti per intercettare, come nel caso del Pireo greco, le navi in uscita dal canale di Suez: sono il porto siciliano di Augusta e quello pugliese di Taranto. La Sicilia, se unita al continente col famoso “ponte” e relativa ferrovia ad alta velocità/capacità, sarebbe in particolare un ottimo nodo logistico per “la nuova via della seta”, collocandosi esattamente nel cuore del Mediterraneo.

Nel caso della Sicilia, come per altro nel resto dell’Italia, resta però il dubbio sulla possibilità di sfruttare l’imperdibile occasione offerta da Pechino, ferma restando la massiccia presenza militare angloamericana e l’indiscussa predominanza tedesca dentro l’Unione Europea. Washington non lascerà mai che gli investitori cinesi sbarchino vicino alle sue basi siciliane, né Berlino consentirà mai che l’Italia sottragga traffico commericiale ai porti del Nord Europa. Se le prospettive per l’Italia sono più rosee di quanto si possa credere, la loro realizzazione sarà tutt’altro che semplice: i nostri potenziali alleati, ormai è chiaro, sono solo ad Oriente.

1http://www.economist.com/blogs/economist-explains/2017/05/economist-explains-11

2https://www.theguardian.com/world/2017/may/15/eu-china-summit-bejing-xi-jinping-belt-and-road

3https://www.ft.com/content/003bad14-f52f-11e6-95ee-f14e55513608

4http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN0X511Q

5http://www.news4europe.eu/6375_european-union/4534881_rajoy-arrives-in-beijing-to-attend-one-belt-one-road-forum.html