Arabia saudita e pena di morte: un’esecuzione ogni due giorni

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In Arabia Saudita ogni due giorni viene praticata un’esecuzione: è questo quello che emerge dai dati divulgati dal rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo del 2014 di Amnesty International.
Nel 2014 l’Arabia Saudita, è stato uno dei tre paesi con maggior numero di esecuzioni, responsabile insieme a Iran ed Iraq, del 72% delle 607 registrate: il rapporto di Amnesty ha registrato 90 esecuzioni registrate, ma il reale numero non si può definire.
L’Arabia risulta dunque seconda, dopo la Cina, di cui l’associazione non conosce le cifre, e che dal 2009 ha smesso di pubblicare le stime riguardanti questo argomento perché i dati sono stati dichiarati segreto di stato, e quindi non divulgabili.
Quasi la metà delle esecuzioni effettuate in Arabia riguardano crimini come l’omicidio, ma i restanti 42 casi si riferivano a crimini considerati “non letali” dall’ONU. Tra questi troviamo crimini connessi alla droga, rapimento, tortura, ma anche magia, stregoneria e apostasia, ossia il rifiuto della propria religione.
Il rapporto di Amnesty International sottolinea soprattutto come i processi riguardanti la pena di morte in Arabia Saudita, siano molto al di sotto degli standard internazionali: nella quasi totalità dei casi, all’imputato è negata l’assistenza legale, e inoltre l’accusato viene tenuto all’oscuro dello svolgimento del “processo”, e le famiglie vengono avvisate solamente ad esecuzione conclusa.
In molti casi gli imputati hanno rilasciato una “confessione” dopo ore di interrogatori che comprendono la tortura come metodo per estorcere informazioni: confessioni dunque ottenute tramite la coercizione o l’inganno, molto distanti da una normale e spontanea confessione.

Le Nazioni Unite si stanno impegnando affinché la pena di morte in Arabia rimanga strettamente legata ai “crimini gravi”, che non comprendono ad esempio i crimini per droga o rapina, e si sta battendo anche per far rispettare quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo, secondo cui non è permesso applicare la pena di morte ad individui che avevano meno di 18 anni al momento del reato.
A tal proposito è noto il caso di Ali al Nimr, arrestato nel febbraio del 2012, “colpevole” di sommossa e incitamento alla rivoluzione contro il re dell’Arabia Saudita. Gli episodi per i quali Ali al Nimr è stato imprigionato, risalgono alla “primavera araba”, ossia una serie di manifestazioni avvenute nel 2011 contro i governi del Nord Africa e del Medio Oriente: un piccolo, ma poi non troppo, particolare è che Ali nel 2011 non aveva ancora raggiunto la maggiore età, e dunque, sarebbe stato impossibile per l’Arabia condannarlo alla pena di morte, se avesse rispettato le direttive internazionali a riguardo.
Al momento in molti si stanno muovendo affinché Ali venga liberato dal braccio della morte, sostenendo che la “confessione” del ragazzo sia stata ottenuta sotto tortura, e quindi, sarebbe da considerare non valida: tra i sostenitori del ragazzo troviamo molte celebrità, che hanno fatto diventare il suo nome virale su Twitter, ma anche associazioni come Amnesty International e Reprive.

Nonostante il numero di condannati a morte sia aumentato dal 2014 al 2015, con ben 102 esecuzioni effettuate alla data del 30 giugno 2015, l’Arabia Saudita ha accettato la raccomandazione del Consiglio delle Nazioni Unite di applicare maggiore trasparenza a riguardo alle procedure legali delle condanne a morte, ma ha completamente rigettato le raccomandazioni di dichiarazione di moratoria sulla pena di morte, abolizione della pena di morte, e infine ha rifiutato l’adesione al Secondo protocollo opzionale del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
L’abolizione totale della pena di morte nel mondo è ancora lontana ma si può comunque notare un riscontro positivo: i paesi che hanno deciso di abolirla per legge sono 161, e 103 sono l’hanno rifiutata totalmente, mentre 6 paesi hanno deciso di mantenerla per “crimini gravi”. I paesi abolizionisti di fatto, e che lottano a sostegno di questa causa sono 46 in totale, mentre i mantenitori sono scesi a 37, due paesi in meno rispetto al rapporto del 2013.

Cecilia Capurso