Brasile. Caos sulla riforma delle pensioni: i cittadini protestano, i burocrati gongolano.

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Lo spauracchio terrificante dell’innalzamento dell’età pensionabile tende ad affacciarsi di tanto in tanto nell’Europa continentale: i conti ogni anno faticano a tornare, e il sistema previdenziale rischia di andare letteralmente al collasso. E tutto questo mentre si avvicina la Festa dei Lavoratori del 1° maggio.
Nell’America Latina, invece, i peggiori incubi dei contribuenti si stanno avverando, durante dei periodi bui che ricordano molto quelli (certamente indimenticabili) del Governo Monti: in Brasile infatti è in corso di approvazione la riforma costituzionale delle pensioni, che porterà ad innalzare l’età minima pensionabile da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 65 anni per le donne (attualmente gli uomini possono andare in pensione con 30 anni di contributi versati, mentre le donne con 25 anni); inoltre, il tempo minimo di contribuzione si eleverà da 15 a 25 anni, mentre per poter ricevere una pensione integrale saranno necessari 49 anni di contributi versati all’erario.

Ci sarà poi un regime di transizione: gli uomini dai 50 anni in poi e le donne dai 45 anni in su potranno ritirarsi con le regole del regime vigente, pagando un “pedaggio” del 50% sul tempo mancante per poter andare in pensione (ad esempio se mancherà un anno per la pensione, il periodo si eleverà a un anno e mezzo); infine sarà previsto anche un regime speciale per alcune categorie come professori, pompieri, polizia militare e civile.
A seguito di ciò, il Brasile è tornato ai tempi delle proteste dei cittadini nei grandi centri come Brasilia (la capitale) e Rio de Janeiro, mentre le agenzie di rating plaudono alla riforma voluta fortemente dal Presidente Michel Temer, salito al trono per sostituire Dilma Rouseff, costretta alle dimissioni dal famoso impeachment del 2016 a seguito dei vari scandali di corruzione (Petrobras) che assieme alla recessione hanno messo in ginocchio la Repubblica Federativa del Brasile. Da evidenziare che il mentore della Rouseff (l’ex Presidente Lula, il quale tra l’altro aveva messo mano alle pensioni nel lontano 2003) sta clamorosamente dalla parte della cittadinanza.
È un triste copione già visto e rivisto: se i conti di uno Stato non tornano, anziché tagliare i veri sprechi come i costi della politica e le opere pubbliche faraoniche (e nel caso del Brasile, sicuramente il postribolo di corruzione legalizzata non ha facilitato le cose), si va ad attingere alle tasche dei più deboli come lavoratori e pensionati. E la nostra Italia ne è diretta testimone: dopo le riforme scellerate promosse dall’establishment europeo ed internazionale e che hanno messo a terra i cittadini, se la situazione non è precipitata sicuramente è difficile affermare che sia migliorata e lo possono confermare ampiamente i dati. Così anche il Brasile sta per cadere in questa voragine del taglio dei diritti dei lavoratori, del piegarsi ai poteri forti, della creazione di un sistema irrispettoso verso chi ha sempre contribuito onestamente come i pensionati.

Sergio Manuel Binelli