Il 15 agosto 1945 si celebra in Corea del Nord il Giorno dell’Indipendenza dall’occupazione dell’Impero giapponese, quando Kim Il-Sung si impose come il principale capo del Paese in qualità di segretario generale del Partito dei Lavoratori di Corea.

La spartizione della Corea lungo il 38° parallelo fu ratificata alla fine del 1948, quando Kim venne nominato primo ministro della neonata Repubblica Popolare Democratica di Corea. Il progetto del Grande leader era quello di riunire la penisola, perciò, nel giugno 1950, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (del Nord) attaccò la Repubblica di Corea (del Sud).

La Guerra di Corea portò solo morte e devastazione, distruggendo anche il sogno della riunificazione. Ristabilito il proprio governo a Nord, Kim si impegnò a ricostruire il Paese e ad affermare il culto della propria personalità, nonché ad instaurare un regime comunista dinastico e ad eliminare tutti gli avversari politici.

In una “Repubblica” di nome, ma che di democratico non ha assolutamente niente, ancora oggi vige l’ateismo di stato, ovvero l’assenza di una religione pubblica, nonostante tutto rimandi al culto della dinastia Kim. Le festività nazionali, infatti, celebrano le date di nascita dei dittatori che si sono succeduti al governo, così come strade e piazze rigorosamente dedicate ai grandi leader.

Gli anni ’50 rappresentarono un momento di grande crescita per la Corea del Nord, la cui economia di industrializzò velocemente. Negli anni ’70, ’80 la leadership di Kim si rafforzò ulteriormente con il controllo dei mezzi di informazione e la chiusura delle frontiere.

Ad oggi, la situazione è immutata: al 172° posto (su 173) per libertà di stampa, il regime nordcoreano veicola le notizie attraverso il Rodong Sinmun, giornale ufficiale del Comitato centrale del Partito del lavoro di Corea. In tutto il Paese, sono presenti solo 12 quotidiani e 20 i periodici.

Negli anni, il Grande leader ha lavorato sulla politica di juche, l’ideologia ispirata al comunismo e al patriottismo che si fonda sulla lotta delle masse popolari per l’indipendenza. Fu proprio la juche a provocare, col tempo, l’esclusione della Corea dal commercio estero, rendendo le collaborazioni con il Paese sempre meno interessanti.

A distanza di 70 anni, anche la strategia nordcoreana rimane immutata: alternare gesti distensivi con provocazioni come i test missilistici consente al Paese di rafforzare il proprio ruolo nella politica internazionale. Il ricatto di Pyongyang è semplice: la distensione in cambio di aiuti per la propria economia. I raccolti agricoli, infatti, sono costantemente insufficienti e, per far fronte alle necessità alimentari e garantire ai cittadini i medicinali di base, il Paese dipende dagli aiuti esteri.

La difesa del Paese è da sempre il valore portante della società, il che rende la Corea del Nord lo stato più militarizzato al mondo, tanto che la spesa per gli armamenti incide sul 15,8% del PIL. Il servizio militare è obbligatorio dall’età di 17 anni e dura 5-8 anni nell’Esercito, 5-10 anni in Marina e 3-4 anni in Aviazione, seguito da un servizio part-time obbligatorio fino a 40 anni.

La chiusura del Paese ostacola anche il turismo: visto d’ingresso obbligatorio, niente bancomat né carte di credito, impossibilità di noleggiare auto, spostamenti solo accompagnati da guide locali, rigidi controlli doganali. Inoltre, i turisti in Corea del Nord sono sempre e costantemente seguiti da due guide, una guida ufficiale e una specie di guida poliziotto che, oltre a controllare gli stranieri, si controllano tra di loro.

Da 70 anni, la Corea del Nord fonda le proprie politiche sulla sopravvivenza, presentandole ai propri cittadini come interventi volti a raggiungere il famoso Kangsong Taeguk, “lo stato forte e prosperoso”. Come in ogni regime dinastico, le politiche e i valori si tramandano per via generazionale e a farne le spese sono sempre i cittadini.

A 70 anni dalla fondazione, in Corea del Nord, il futuro è passato.

di Antonella Gioia