Donald Trump e lo Yankee medio

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Non si può affermare che il candidato alla Casa Bianca Donald Trump non sappia attirare su di sé l’attenzione mediatica: sono settimane che ad ogni comizio rilascia affermazioni che gli permettono di comparire sui maggiori giornali di tutto il mondo. Ma più che per la serietà delle proposte o le novità del suo programma, conquista la scena per le numerose gaffe e sparate a zero contro chiunque. Molti, probabilmente legittimamente, lo descrivono come un arrogante, un intollerante, un ignorante, uno sfacciato. La sua strategia politica sembra sconclusionata e piena di cadute di stile, ma un analisi più attenta dimostra che nel contesto americano non è propriamente fuori luogo. Lungi dal voler considerare il magnate miliardario rappresentativo di tutti gli americani, si può comunque notare come i suoi consensi non siano affatto in caduta, a dimostrazione che qualcuno in realtà si riconosce nell’esagerazione di questa figura. Se infatti la dirompenza e l’efficacia del personaggio che Donald Trump ha creato intorno a sé sembrano destinate a ridimensionarsi, i valori e le convinzioni che gli stanno dietro possono essere trovati nelle caratteristiche del cosiddetto Yankee.

Il termine Yankee era originariamente utilizzato per indicare gli abitanti del New England e più precisamente degli Stati del Connecticut, Maine, Vermont, Massachusetts e Rhode Island; era riferito per lo più a bianchi benestanti di buona famiglia, che impersonavano le classici tradizioni americane. Oggi più che altro il termine viene utilizzato da chi statunitense non è per riferirsi agli americani in generale, ma soprattutto in tono ironico e leggermente dispregiativo nei confronti della figura dell’americano bianco, buzzurro, zoticone ed un po’ ignorante. Donald Trump sembra infatti rientrare a pieno titolo in queste categorie. E’ lo Yankee che alza la voce, che urla più forte del suo vicino, che ha la bandiera a stelle e strisce in giardino e il secondo emendamento ben stampato addosso. Ovviamente non si vuole criticare il sano patriottismo di molti americani, ma la sua caricatura più dannosa e miope, che il dirompente politico sembra impersonare.

Lo slogan della corsa alle presidenziali di Trump è “Make America great again”, si propone cioè di riportare gli Stati Uniti al vecchio splendore, annebbiato secondo lui e chi lo sostiene, da politici incapaci che non hanno a cuore l’America e da un decadimento dei veri valori americani. Si può affermare che il magnate americano voglia far rivivere a molti cittadini avviliti da anni di crisi economica e impauriti dal fondamentalismo islamico, il vecchio ma sempre efficace mito degli USA come terra delle opportunità. Perché se è vero che gli Stati Uniti si sono ripresi meglio dell’Europa, in regioni come il Midwest e il Sud, dove la globalizzazione e la crisi economica hanno messo a dura prova industrie e aziende che una volta provvedevano al sostentamento della tipica famiglia americana, c’è sempre una maggiore competizione e insicurezza nel mondo del lavoro, che comporta spesso il doversi rassegnare ad accettare salari molto bassi. Ed è proprio in queste categorie afflitte, sfiduciate e spesso con un livello d’istruzione sotto la media, che il messaggio di speranza e grandezza di Trump fa più breccia.

Purtroppo però il maggior candidato a diventare leader dei Repubblicani (è in testa con il 40% delle preferenze) risponde a queste esigenze non con idee chiare ma con attacchi indiscriminati a chiunque la pensi diversamente da lui. Lo abbiamo visto in questi mesi offendere donne, persone disabili (vedi un giornalista del New York Times che lo aveva criticato), Ebrei, Messicani (ha affermato che sono degli stupratori), Cinesi (sono imbroglioni), immigranti e musulmani, in assoluto le sue categorie “preferite”. Si passa infatti da soluzioni irrealizzabili come la deportazione dei 12 milioni di immigrati irregolari presenti nel paese, per la creazione di un database in cui schedare tutti i musulmani, fino ad arrivare a voler impedire l’ingresso agli stessi individui di fede islamica e voler chiudere internet.

Di sicuro Trump vuole dare l’idea di una politica senza fronzoli, determinata e che agisce senza pensare troppo alle proprie azioni. E probabilmente lo Yankee medio è proprio questo che vuole: risposte semplici, che siano prove di forza. Trump non ama il politicamente corretto, tanto che a qualunque critica gli si faccia lui risponde “I don’t care”, non mi interessa. A qualche americano magari interesserà non fidarsi troppo di una figura così esagerata e ingombrante che troppo spesso passa dall’essere semplicemente ridicolo a rivelarsi dannoso per il dialogo politico.

Luca Peluzzi

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