Il protezionismo degli USA farebbe la fortuna del mondo

Tutti i globalisti sono preoccupati per le scelte di Trump in campo economico. Scelte che, a partire dalla cancellazione del Ttp e dalla mancata prosecuzione delle trattative sul Ttip, porterebbero gli USA verso il protezionismo. Al di là delle sciocchezze ormai abituali sul futuro presidente nordamericano, i timori appaiono ancora una volta legati alla faziosità delle interpretazioni più che al dato di realtà. Da un lato, infatti, la rinuncia ai due mega trattati non significa la cancellazione dei rapporti commerciali con i vari Paesi. In economia, esattamente come in politica estera, Trump preferisce i rapporti bilaterali. Che può gestire da una posizione di forza. Il problema, evidentemente, può sussistere per i Paesi più deboli nel confronto, come l’Italia ad esempio, ma certo non per gli USA. Ma anche l’Italia – come qualsiasi altro grande partner commerciale – ha armi con cui rispondere. O le avrebbe, se solo la classe imprenditoriale del nostro Paese dimostrasse un po’ più di coraggio e di fantasia. Una eventuale frenata delle importazioni negli USA porterebbe maggior lavoro negli Stati Uniti. Probabilmente anche a costi maggiori dei prodotti, rispetto a quelli realizzati in Asia o anche in Messico e poi importati. Ma la politica dei salari dovrebbe rispondere agli aumenti dei prezzi. Quanto ai problemi creati in Messico e Paesi asiatici, e’ vero che aumenterebbe la disoccupazione ma con la cancellazione di posti di lavoro che assomigliano alla schiavitu’. Poco più di 4 dollari di paga al giorno non garantiscono prospettive reali. E allora è arrivato il momento che i Paesi dove lo sfruttamento e’ il modello di competitività si dotino di programmi più intelligenti. Programmi di crescita e sviluppo, non di schiavismo e di asservimento. I trattati commerciali non possono essere basati sul l’arricchimento di un piccolo gruppo di persone a scapito di tutto il resto della popolazione. Ed una eventuale chiusura degli USA nelle proprie frontiere economiche, peraltro improbabile, avrebbe il merito di far emergere le contraddizioni negli altri Paesi, obbligandoli a cambiare. Non succederà, perché le plebi desideranti ed il ceto medio infiacchito ed invigliacchito preferiranno adeguarsi al volere dei padroni di turno

Augusto Grandi
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Dopo alcune esperienze in radio e testate locali, nel 1987 è diventato redattore del quotidiano economico Il Sole 24 ORE, come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d'Aosta. Oltre all'ambito giornalistico si occupa di romanzi di narrativi e saggistica. Nel 1997 ha vinto il "premio giornalistico Saint-Vincent" e nel 2011 è membro della giuria del "Premio Acqui Storia" nella sezione divulgativa. Dal 2011 è senior fellow del Centro studi Nodo di Gordio con cui collabora attivamente nella stesura di diversi articoli a sfondo geopolitico. Dal 2011 sono itineranti in Italia le sue mostre fotografiche sullo sfruttamento del lavoro nel mondo e sulla condizione del lavoro femminile, realizzate nell'ambito del Festival Nazionale della Sicurezza promosso dall'associazione Elmo e dal comune di Pergine Valsugana (Trento), col patrocinio dell'OSCE. Nel 2017 ha lasciato il Sole 24 Ore e conduce la trasmissione "Il Tafano" su Electoradio e su Radio Antenna 1. Editorialista sul mensile Espansione, collabora con la testata online "ongood".