Kim Jong-un all’attacco (diplomatico)

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Venerdì 27 aprile si è svolto, lungo il 38esimo parallelo, lo storico incontro tra i rappresentanti delle due Coree: il leader Kim Jong-un ha varcato il confine, stringendo la mano all’omologo sudcoreano e promettendo la fine delle ostilità. L’armistizio datato 1953 dovrebbe essere trasformato entro l’anno in un vero trattato di pace, spianando la strada all’unificazione della penisola. Dal punto di vista geopolitico, il disgelo è una grande vittoria di Pechino: riallacciando i legami con la Sud Corea e sostenendo quella del Nord sino al completamento dell’arsenale nucleare, che rende troppo costoso il cambio di regime, la Cina ha gettato le basi della riappacificazione, con l’obiettivo di espellere le truppe statunitensi dalla penisola. I falchi angloamericani tenteranno di imporre alla Nord Corea condizioni tali da far fallire i negoziati.

La Cina ha vinto la Guerra Fredda in Corea?

Ogni guerra prima o poi finisce, decretando vinti e vincitori: le guerre “fredde” non fanno eccezione. Il duello che contrappose il blocco comunista-euroasiatico a quello capitalista-atlantico si concluse nel 1991 con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’incontestabile vittoria angloamericana: sconfitta, ma non domata (ecco perché oggi spirano venti di guerra), la Russia europea fu respinta ai confini di Pietro il Grande. Un balzo indietro di tre secoli. In un angolo di mondo la Guerra Fredda iniziata non è mai però finita: ci riferiamo, ovviamente, alla penisola coreana. Dopo lo storico incontro, il 27 aprile scorso, dei capi delle due Coree, si prospetta la fine anche di quest’ultimo residuato del Novecento quando, paradossalmente, i rapporti tra occidente e potenze euroasiatiche sono più tesi che mai. Chi è quindi il vincitore del disgelo? E chi il vinto?

Una premessa indispensabile all’analisi è la precarietà della situazione: nessuno può dire al momento se la riconciliazione tra il leader nordcoreano, Kim Jong-un, ed il suo omologo sudcoreano, Moon Jae-in, sfocerà effettivamente in un trattato di pace ed in una riunificazione delle due Coree, magari sotto forma di una confederazione. La volontà di pace tra i rappresentati delle due Coree è, infatti, importante. Ma non è certamente sufficiente per porre definitivamente fine alle ostilità. Sopra Seul e Pyongyang si è sempre consumata, fin dagli anni ‘50, una sfida tra cinesi ed angloamericani: a loro spetta l’ultima parola. Diversi indizi lasciano supporre che gli Stati Uniti non siano affatto soddisfatti della piega presa dagli avvenimenti, tanto da cercare nel prossimo futuro di sabotare l’intesa appena raggiunta: la posta in gioco è, infatti, la loro presenza militare in Sud Corea, lembo di terra cruciale per il contenimento del loro principale avversario nel Pacifico, la Cina.

Non c’è alcun dubbio che al momento la grande vincitrice del disgelo tra le due Coree sia Pechino: i cinesi hanno giocato una bella partita geopolitica, assumendosi non pochi rischi nella fase in cui Pyongyang compieva gli esperimenti nucleari, ma uscendo vittoriosi dal primo round. Ecco, perché è altamente probabile che gli angloamericani cerchino di ribaltare il risultato.

Cominciamo col definire le priorità geopolitiche di Pechino rispetto alla questione coreana:

  • impedire a qualsiasi costo la caduta del regime nordcoreano, perché gli USA non avanzino militarmente sino ai loro confini;
  • in subordine, impedire che nella penisola coreana deflagri un conflitto, non solo per le pesanti ricadute umane ed economiche, ma anche perché renderebbe necessario l’intervento cinese per impedire agli USA di superare il 38esimo parallelo;
  • se possibile, neutralizzare la penisola, costringendo gli americani a ritirarsi nel vicino Giappone e guadagnando così non poco margine di manovra.

Ebbene, Pechino sembrerebbe aver già raggiunto i primi due obiettivi e proprio il rischio che inanelli anche il terzo, potrebbe spingere Washington a rovesciare il tavolo. Andiamo con ordine.

Nel gennaio 2016, la Nord Corea conduce il quarto test atomico, annunciando al mondo di essersi dotata di una bomba all’idrogeno come deterrente contro un attacco americano: i cinesi da un lato apprezzano che l’arsenale nucleare nordcoreano allontani qualsiasi cambio di regime, dall’altro sono però coscienti che gli esperimenti di Pyongyang forniscono agli USAil pretesto per militarizzare la regione. Nel corso dell’estate 2016, infatti, Washington schiera in Sud Corea i sistemi missilistici a corto e medio raggio1 (Terminal High Altitude Area Defense system -THAAD) ed esercita pressioni su Seul perché entri col Giappone in un più ampio scudo missilistico. La Cina, ovviamente, considera queste misure rivolte più contro se stessa che contro la Nord Corea. Immediatamente, quindi, scatta la reazione di Pechino: alla aziende sudcoreane operanti nel ricco mercato cinese sono imposte sanzioni economiche2, dall’industria automobilista alla grande distribuzione, con pesanti ricadute sul PIL di Seul.

Nel corso del 2017 il programma nucleare e missilistico nordcoreano entra nell’ultima fase: la Cina inasprisce di conseguenza le sanzioni economiche, ma bada sempre di fornire a Pyongyang il minimo indispensabile per sopravvivere, attirandosi le accuse degli Stati Uniti. Il 9 maggio 2017 è una data fondamentale: le elezioni presidenziali sudcoreane, indette dopo l’impeachment di Park Geun-hye, sono vinte dal liberale Moon Jae-in, esponente della sinistra “anti-americana”. Moon Jae-in non ha nessun desiderio di inasprire le relazioni con la Cina per soddisfare gli USA, né di entrare in un’alleanza militare col Giappone, né, a maggior ragione, che la Sud Corea sia trasformata in un campo di battaglia: nel dicembre 2017 il presidente sudcoreano e quello cinese, Xi Jinping, si incontrano e Pechino e, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, Seul si impegna a non ospitare ulteriori batterie missilistiche né a stringere ulteriori legami militari con giapponesi e americani3.

Pechino, quindi, ha dalla sua parte il nuovo presidente sudcoreano e, allo stesso tempo, è in grado di influenzare in maniera determinante le scelte di Kim Jong-Un: conciliare le due parti è possibile.

A fine marzo, la stampa riporta che il treno blindato di Kim Jong-un è arrivato alla stazione di Pechino4: si tratterebbe di uno dei rarissimi viaggi del leader coreano all’estero, segno che la capitale cinese è al centro di intensi e cruciali negoziati tra le due Coree. Pochi giorni dopo, infatti, emerge che Kim Jong-un ha incontrato il presidente Xi Jinping, primo leader straniero a stringergli la mano, con cui ha cui concordato i termini dell’imminente distensione5. Il 29 marzo appare la notizia che entro un mese i capi delle due Coree si incontreranno per una storica stretta di mano6. Di fronte all’iniziativa cinese, gli americani, che pure avevano preso in seria considerazione un bombardamento sulla Nord Corea, sono costretti ad inserirsi precipitosamente nelle trattative, per non esserne tagliati fuori: ai primi di aprile il nuovo capo della CIA, Mike Pompeo, vola segretamente a Pyongyang per parlare con Kim Jong-un, ma gli americani sono palesemente al traino dell’iniziativa cinese. A metà aprile, una delegazione cinese si reca in visita in Nord Corea7, a testimoniare il crescente affiatamento tra i due Paesi8. A distanza di pochi giorni, i media occidentali pubblicano le foto di Pompeo e Kim Jong-un per dimostrare che gli USA sono in partita, sebbene l’inedito summit del 27 aprile lungo il 38esimo parallelo sia frutto della diplomazia cinese, non di quella statunitense.

Con lo storico summit lungo il 38esimo parallelo, Pechino scongiura la guerra ai suoi confini ed allenta la tensione internazionale attorno alla Nord Corea; nel medio-lungo termine, può ambire ad una riunificazione alla pari tra le due Coree, espellendo gli americani dalla penisola ed impedendo così che la Nord Corea faccia la fine della DDR, inglobata nella NATO. Una delle clausole del tratto di pace che dovrebbe, in un futuro non troppo lontano, sostituire l’armistizio del 1953, sarà infatti certamente il ritiro delle truppe americane dal Corea del Sud. Un “do ut des”, denuclearizzazione in cambio dello smantellamento delle basi americane, certamente gradito alla Cina, che trasformerebbe l’intera penisola coreana in uno Stato cuscinetto tra sé ed il Giappone americanizzato.

Le vittorie geopolitiche della Cina sono altrettante sconfitte per gli angloamericani: una Corea pacificata non conviene agli USA, perché impedisce la militarizzazione della regione in chiave anti-cinese. Sarebbe ancora peggio se gli USA fossero costretti a ritirasi dalla Sud Corea, perché perderebbero l’unico appoggio alla terraferma asiatica e sarebbero costretti a ritirarsi nel vicino Giappone. Kim Jong-un e Donald Trump dovrebbero incontrarsi entro giugno, ma l’interesse americano coincide in realtà col sabotaggio della trattativa di pace: l’affermazione del nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, il falco John Bolton, secondo cui gli USA hanno in mente il “modello Libia” per la denuclearizzazione della Nord Corea9 è un chiaro tentativo di affossare sul nascere i negoziati. Perché Kim Jong-un dovrebbe accettare lo stesso disarmo risultato fatale a Gheddafi?

L’interesse angloamericano passa per la militarizzazione, non la demilitarizzazione del Pacifico. È quindi probabile che gli angloamericani tentino di far deragliare nei prossimi mesi il riavvicinamento tra le due Coree: Pechino, che si è aggiudicata il primo round, saprà certamente rispondere.