Waldheim: un nazista come Segretario Generale delle Nazioni Unite?

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“Sono convinto che le Nazioni Unite provvedono a offrire la miglior strada per il futuro di coloro che hanno fiducia nella nostra capacità di plasmare il nostro destino su questo pianeta” 

Con queste parole si espresse l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Waldheim, nel suo libro “La sfida della pace”. Pur ammettendo le carenze delle Nazioni Unite, questa convinzione rifletteva una ferma consapevolezza, da parte del quarto Segretario generale dell’Onu, sulla missione che tale organizzazione dovesse prefiggersi.

Famoso per aver militato nelle file del partito Popolare Austriaco, è ricordato per essere stato il sesto Presidente della Repubblica Austriaca, dal 1986 al 1992, oltre che brillante diplomatico prima a Parigi e poi a Ottawa, in Canada. Ambasciatore d’Austria alle Nazioni Unite dal 1970, fu dapprima Ministro degli esteri col cancelliere Josef Klaus e poi consacrato segretario dell’Onu per due mandati consecutivi, dal 1971 al 1981. Un fatto che in alcuni destò parecchi interrogativi, visto il passato del politico austriaco.

Laureato all’Accademia Diplomatica di Vienna e avvocato di professione, la sua infanzia fu non molto differente da quella di molti altri suoi coetanei nati nel post primo conflitto mondiale. Nato infatti nel 1918, nei pressi di Vienna, prestò il suo servizio nell’esercito austriaco fino al 1937, e tre settimane prima dell’annessione dello stato Austriaco a quello tedesco, nel 1938, s’iscrisse alla Lega degli studenti nazional-socialisti di derivazione nazista. Questo destò scalpore quando, agli occhi dell’opinione pubblica, venne accusato dai media  di aver preso parte a crimini di guerra nazisti, una volta terminato il secondo conflitto mondiale. Ma non fu mai processato per mancanza di prove.

Tuttavia, così come tanti altri sorti con i canoni del tempo, in un Austria fortemente influenzata dall’egemonia tedesca, Waldheim fu arruolato nella Wehrmacht (la forza di difesa delle forze armate tedesche e delle potenze dell’Asse), e mandato al fronte. Una decisione a cui difficilmente ci si poteva opporre. Dopotutto, gran parte delle sue mansioni (come egli stesso dichiarò nella sua autobiografia) erano relegate a posizioni di interprete e ufficiale.

“Non ero a conoscenza né delle rappresaglie contro i civili serbi né dei massacri nelle confinanti province iugoslave” affermò nel 1986, dopo che una commissione speciale fu incaricata di effettuare controlli sul suo passato militare in relazione a certi fatti. Uno dei più discussi fu quello che lo vide decorato per l’operazione Kozora, così come riportato in un’inchiesta del The new York Times nel 2007, poco dopo la sua morte: un vero e proprio sterminio di massa che riguardò rappresaglie anti-partigiane (si parla di 100 esecuzioni per ogni soldato tedesco ucciso) e deportazioni di massa di donne e bambini serbi in campi di concentramento tedeschi.

UNSPECIFIED – CIRCA 1970: Simon Wiesenthal in his office, 1970 (Photo by Imagno/Getty Images) [Simon Wiesenthal in seinem B?ro, Photographie, 1970]
Anche in questo caso la commissione di storici si espresse, in merito alle controversie sulle reali implicazioni di Waldheim, sostenendo che di fatto non vi fossero evidenze sul suo coinvolgimento in tali crimini, sebbene potesse esserne stato a conoscenza (così come espresso da Simon Wiesenthal in “The Waldheim Case”). Ma, anche se ne fosse stato a conoscenza, in molti, ancora oggi, si domandano quanto di buono avrebbe potuto fare per evitare ciò che tutti noi conosciamo.

Secondo la stessa commissione relativamente poco, visto che “egli avrebbe avuto minime possibilità di agire contro le ingiustizie che stavano accadendo”, come scritto nel rapporto in relazione ai fatti in Yugoslavia e in Grecia. Dopotutto, “per un giovane membro dello staff, che non aveva alcuna autorità militare a livello di Gruppo di Armate, le possibilità di opporsi erano molto limitate e con molta probabilità non avrebbero sortito effetto alcuno”.

Forse, di fatto, l’opportunità di diventare segretario generale delle Nazioni Unite, quando gli si presentò, ha significato per Waldheim quella possibilità di riscatto che prima non gli era stata data. Per tale motivo la domanda che in molti si posero sul suo conto – se fosse vittima o giustiziere – sembra oramai aver dato un apparente risultato pratico. Un senso di liberazione sulla sua controversa figura, ad oggi ancora molto dibattuta, anche se sconosciuta ai più nel panorama politico odierno.

Un panorama che certo Kurt Waldheim non avrebbe voluto vedere, con i rinnovati conflitti in Egitto, Libia e Siria, oltre che le – apparenti – divergenze tra Russia e Turchia e il terrorismo sempre più consistente dello Stato Islamico. Lui che, da soldato prima e diplomatico e ambasciatore dopo, avrà assistito agli orrori della guerra e della fame.

Dopotutto, così come affermò in una sua dichiarazione: “Si dovrebbe capire che le Nazioni Unite sono, dopotutto, il mondo in un microscopio. Le sue debolezze devono di conseguenza essere attribuite principalmente alle contraddizioni che caratterizzano la comunità mondiale stessa. Tengo a precisare che le Nazioni Unite non sono altro che uno specchio del mondo che servirebbe. Quel mondo è un conglomerato di nazioni estremamente varie, spetto intrattabili, appassionate e antagoniste”.

Forse, per Waldheim, “la sfida della pace” era anche e soprattutto questa. Una sfida che si sta ancora giocando sul grande scacchiere internazionale mondiale.

di Giuseppe Papalia