L’alba di una nuova Libia

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Si stringe il cerchio attorno al Qatar ed è solo questione di tempo perché lo strangolamento economico e finanziario sortisca i suoi effetti. Il regolamento di conti tra sauditi “reazionari” e qatariori “rivoluzionari” supera i confini della Penisola Arabica ed ha un impatto su tutto il Medio Oriente dove, a partire dal 2011, Doha ha investito decine di miliardi di dollari a sostegno della Fratellanza Mussulmana. Immediati ed importanti ripercussioni si avranno in Libia: l’isolamento del Qatar sottrae risorse agli islamisti in un momento cruciale del conflitto, favorendo l’avanzata del generale Khalifa Haftar, sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Dopo gli ultimi successi militari, Tripoli è ormai in vista: per la Turchia ed il Regno Unito si profila una cocente sconfitta.

Tagliata la testa del serpente…

Alla base della crisi internazionale tra Qatar ed Arabia Saudita c’è il diverso orientamento delle due monarchie del Golfo nei confronti della Fratellanza Mussulmana. A partire delle Primavere Arabe del 2011, Doha ha cavalcato con convinzione l’onda islamista, investendo decine di miliardi in tutto il Medio Oriente per sostenere il risveglio dell’islam politico: così facendo, il Qatar, insieme alla Turchia di Recep Erdogan, si è pienamente inserita nella manovra di Londra e dell’amministrazione Obama per “ridisegnare” politicamente la regione. L’Arabia Saudita, al contrario, ha assistito impotente all’improvvisa svolta impressa dall’establishment liberal alla regione (subendo lei stessa un abbozzo di rivoluzione colorata nel 2011), vedendo vecchi e buoni alleati cadere sotto l’urto islamico-rivoluzionario: il presidente tunisino Ben Ali trova riparo a Riad ed anche l’egiziano Hosni Mubaracksarebbe stato accolto a braccia aperte se non avesse preferito l’arresto all’esilio.

Sebbene le due monarchie si trovino sullo stesso lato della barricata in Siria, altrove la loro politica diverge completamente: se l’avvento della Fratellanza Mussulmana in Egitto è vissuto come un grande successo dal minuscolo emirato del Qatar, il successivo golpe nazionalista dell’estate 2013, guidato dal feldmaresciallo Abd Al-Sisi, è invece una contromossa dei Saud, felici di iniettare decine di miliardi di dollari nel malconcio Paese arabo, liberato dal demone dell’islam politico. Lo scontro tra Qatar ed Arabia Saudita, scontro che ha il proprio epicentro in Egitto, si riverbera in tutta la regione, ma è più accesso in un Paese in particolare: la Libia.

Anche nell’ex-colonia italiana si ripropone, sin dalla primavera del 2014, lo scontro tra i sauditi “reazionari” ed i qatarioti “rivoluzionario”: Qatar e Turchia sono le due potenze che sostengono il golpe islamista (appoggiato neppure troppo implicitamente da Londra e Washington) che installa una giunta della Fratellanza Mussulmana sull’asse Tripoli-Misurata. Il parlamento laico-nazionalista è costretto a rifugiarsi a Tobruk, dove riceve sostegno militare dall’Egitto di Al-Sisi e dagli Emirati Arabi Uniti (anch’essi, oggi, ai ferri corti col Qatar).

L’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca comporta un ribaltamento della politica estera adottato dalla precedente amministrazione Obama: il demone dell’islam politico è di nuovo imprigionato nella lampada e “la stabilità” della regione torna ad essere il faro della Casa Bianca.In questa nuova ottica la caduta in disgrazia del Qatar era solo questione di tempo: le recenti apertura della minuscola monarchia alla Russia ed all’Iran sono da leggere soltanto come il disperato tentativo di trovare nuove sponde diplomatiche in un contesto completamente stravolto dall’uscita di scena di Barack Obama e dalla sconfitta di Hillary Clinton (Segretario di Stato ai tempi delle Primavere Arabe).

Se l’Egitto di Abd Al-Sisi è tra i più convinti sostenitori del blocco economico-commerciale che sta strangolando giorno dopo giorno il Qatar, non è soltanto per obiettivi di politica interna. Certo, la caduta degli Al-Thani, l’ofuscamento del canale satellitareAljazeera e la sospensione del flusso di denaro verso le fazioni islamiste, gioverebbe non poco a ristabilire la pace nel Paese che soffre dal 2011 di un’endemica instabilità. Tuttavia, l’Egitto spera di conseguire con lo strangolamento del Qatar anche un importate successo di politica estera, decisivo per mettere in sicurezza i propri confini: la riappacificazione della Libia.

Si può dire che il tempismo della crisi con Qatar sia, sotto quest’aspetto, perfetto: il blocco economico e diplomatico attorno a Doha, preludio di un cambio di regime quasi certo, coincide infatti con la massima spinta verso Tripoli sinora esercita dall’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Haftar, sostenuto proprio dall’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti. Il ripiegamento del Qatar, costretto a combattere per la propria sopravvivenza, rende impossibile al piccolo emirato sostenere gli islamisti della Tripolitania ora che stanno vivendo un momento critico.

Mentre “il governo d’unità nazionale” di Faiz Al-Serraj mostrava al mondo di essere soltanto un bluff e Tripoli sprofondava progressivamente nel caos (a fine maggio si contante decine di morti in città negli scontri fra fazioni1), il generale Khalifa Haftar ha allargato il suo raggio d’azione verso la capitale, forte anche del sostegno militare egiziano (e di qualche “consulente privato” russo): il 31 maggio il Cairo bombarda la roccaforte islamista di Derna come rappresaglia all’assalto al bus di coopti per mano dell’ISIS, il 3 giugno l’esercito di Haftar conquista la base aerea strategica di Giofra2, il 4 giugno le operazioni si spostano verso la città di Bani Walid, a soli più 140 chilometri da Tripoli. Tra il generale Haftar e la totale riconquista della Libia, si frappongono soltanto più le milizie islamiste di Tripoli e quella di Misurata (dove, ricordiamo, ci sono 300 militari italiani inviati dal premier Paolo Gentiloni su pressione dell’amministrazione Obama).

Lo strangolamento in atto del Qatar impedisce alle residue forze della Fratellanza Mussulmana libica di ricevere soccorsi esterni. Né l’amministrazione Trump ha, ovviamente, interesse nell’arrestare l’avanzata di Haftar sostenuto da Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. Le uniche potenze cui preme ancora salvare i bastioni islamisti in Tripolitania sono il Regno Unito e la Turchia, ma i loro margini di manovra, senza una Casa Bianca connivente,sono molto ristretti.

Nelle prossime settimane, quindi, man mano che il nodo scorsoio di stringerà attorno al collo del Qatar, potremmo assistere al concretizzarsi di una previsione formulata nei nostri articoli sin dal 2015: una Libia riunificata e riappacificata, sotto la guida militare del generale Khalifa Haftar e l’ala protettrice del presidente Al-Sisi. Per l’Italia le possibilità di rientrare economicamente nella nostra ex-colonia dipendono, dopo il nefasto appoggio del governo Renzi a Faiez Al-Serraj e l’ancora più scellerata decisione di schierare i nostri militari nella roccaforte anglo-islamista di Misurata, dall’ENI e dalla sua storica collaborazione con le compagnie petrolifere russe: non c’è alcun dubbio, infatti, cheMosca sia destinata ad avere nella nuova Libia un peso pari o superiore all’epoca di Muammur Gheddafi.