L’AMERICANISMO E IL CONSIGLIO SUPREMO DELLA DIFESA

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L’incolumità della comunità internazionale sta irrimediabilmente subendo le scelte apportate dalla diplomazia dei principali governi occidentali.

I confini innanzitutto tramortiti da una contingenza così nefasta sono quelli delimitanti territori con cospicua reperibilità di materie prime che incidano sulle bilance dei pagamenti dei Paesi direttamente coinvolti in dinamiche di conflitto.

Putin paga la pervicacia nella preservazione dei suoi confini, mentre le preoccupazioni degli Stati Uniti d’America sono rivolte alla contrattazioni commerciali con la Cina. Siria ed Iraq scontano lo scotto di una riscossa nazionalista, concepita nel corso di mezzo secolo, all’interno delle rispettive territorialità e si trovano a (com)patire le contraddizioni a stelle e strisce e quelle delle istituzioni al guinzaglio dello stesso Obama, il quale non si rende conto che i suoi attuali avversari jihadisti siano quei ribelli oppositori di Assad, che l’estate scorsa si prodigava a sostenere.

Le preponderanti azioni militari ed operative degli USA sono in larga misura incentivate dal fiancheggiamento incondizionato dell’Italia, il cui esecutivo ha trovato in Matteo Renzi la chiave di volta necessaria perché il sodalizio armamentario tra il Tricolore e gli States prosperi come non mai. Per rimarcare l’urgenza di un maggiormente mirato interventismo italico, è soggiunto persino il Consiglio supremo di Difesa, che ha ritenuto indispensabile che Palazzo Chigi e, nella fattispecie, il Ministero della Difesa nel nome di Roberta Pinotti si preventivino affinché la quiete europea venga tutelata e soprattutto rinvigorita.

Peccato però che pochi analizzino per quale motivo certe battaglie siano combattute e quale sia la ragione scatenante di belligeranze così aspre e sempre più sanguinarie. E’ significativo che anche il massimo organo coordinatore dei meccanismi della difesa interna si interroghi su truci circostanze, riscontrando responsabilità italiane nel computo delle ostilità. Che sono senz’altro palesi, ma nel concreto non attinenti con le riserve avanzate dal Consiglio supremo.

In primo luogo, si suggerisce ai dicasteri di competenza di salvaguardare la situazione italiana in relazione alla stabilità dell’UE: tutto si può affermare, fuorché lo Stivale abbia anteposto gli interessi nazionali alla direttive dell’asse Bruxelles-Lussemburgo-Strasburgo. Anzi, i burocrati capitolini hanno svuotato il Popolo e lo Stato Nazione di sovranità assoluta e di nazionalismo identitario, soggiogati dalla dittatura dei tecnicismi eurocratici, ed hanno svenduto a banche e a lobbies oramai irrecuperabili quote di autarchia.

Successivamente, sembra quasi che il Consiglio abbia avallato in modo sotteso l’alleanza di prosecuzione dell’Atlantismo nel Vecchio Continentale. Pare non importi che da Washington si muovano soltanto nell’unilaterale direzione dell’incremento dei profitti e dell’egemonia mercantilista, in aree vicino e medio orientali, ma che interessi soltanto rinsaldare quell’ordine precostituito, ove la plutocrazia americana domini dai vertici di una gerarchia sociopolitica ed economico-finanziaria difficilmente sovvertibile.

Una cosa è certa ed incontrovertibile: le guerre contemporanee sono in esclusiva diatribe pecuniarie, dove l’ideologia soccombe e la corsa al mito del quattrino campeggia indisturbata.

Nella visione teorica di Julien Fruend, massimo esponente della scienza dei conflitti del XX secolo, un Terzo, che funga da contrappeso in una lotta tra due contendenti e garantisca equilibrio sociale nei rapporti di forza, non potrebbe essere minimamente ravvisabile nell’assetto geopolitico moderno. Non è un caso che, fra il blocco yankee e l’Isis, il fantomatico Terzo europeo penda da un lato – il primo -, invece che agire da mediatore. Se poi pure il Consiglio supremo interferisce, stiamo freschi.

Di Alex Angelo D’Addio

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