L’Arabia Saudita non è troppo diversa dall’ISIS

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Ciò a cui siamo assistendo in questi giorni è preoccupante: un escalation di tensioni fra Iran e Arabia Saudita sta causando proteste e prese di posizioni in tutto il mondo arabo. Questi due grandi stati medio-orientali, quelli che più di tutti hanno aspirato e aspirano a impersonare l’idea di grande stato islamico, stanno alzando sempre più i toni dopo che l’uccisione di 47 uomini, fra cui l’imam sciita Nimr al-Nimr, da parte dei sauditi nella capitale Riad, ha causato l’assalto da parte degli iraniani dell’ambasciata saudita a Teheran, portando la polizia iraniana ad arrestare 40 manifestanti. Immediatamente è arrivata la risposta del ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubair, il quale ha annunciato la rottura dei rapporti diplomatici tra i due paesi ed ha imposto il ritorno in patria per tutti i diplomatici di Teheran presenti nel paese. Tutto ciò sembra riconducibile all’applicazione della pena capitale all’imam, guida e punto di riferimento della minoranza sciita in Arabia Saudita, stato a maggioranza sunnita che da sempre non si fa troppi scrupoli a eliminare oppositori o chi semplicemente la persa diversamente.

Ma più che sulle prese di posizione dei diplomatici alleati ai due paesi è interessante capire le cause nascoste di questo contrasto e l’ipocrisia di chi prende posizione nascondendo gli interessi ben più profondi che stanno dietro le rispettive posizioni. Chi ha sicuramente rappresentato un punto critico della vicenda è la stessa persona che ha designato l’immagine comparsa sul sito dell’ayatollah Ali Khamenei, supremo leader iraniano, ovvero un combattente vestito per metà di nero, rappresentante un miliziano del califfato islamico e per l’altra da un boia saudita in bianco, entrambi nell’atto di eseguire l’esecuzione di un condannato. Sopra compare la scritta: “Nessuna differenza?”. Se infatti lo Stato Islamico uccide l’ostaggio per essersi opposto all’Isis, “lo Stato islamico bianco”, l’Arabia Saudita, lo fa perché il prigioniero si è opposto ai sostenitori dell’Isis, gli stessi sauditi.

Condanniamo, disprezziamo, bombardiamo lo Stato islamico nero ma vendiamo armi e affidiamo il Consiglio per i diritti umani dell’Onu allo stato islamico bianco. Se il primo rivendica attentati, sgozza, ammazza, distrugge favolosi patrimoni artistici, il secondo non si comporta in modo così diverso, solamente lo fa indossando un vestito pulito e in punta di piedi. Possiamo proseguire a voltarci di fronte alle violazioni dei diritti umani da parte dell’Arabia Saudita o forse prendere coscienza che il wahabismo, la versione dell’Islam ultra puritana, che sta alla base e legittima l’odio e il fanatismo dello Stato Islamico, è la base culturale dello stesso fondamentalismo. Base culturale a cui fanno compagnia i ricchi finanziamenti occulti alle battaglie del califfato. E proprio per questo si può dire che l’Arabia Saudita è un Isis che ce l’ha fatta. Perché l’occidente sta volutamente salvando l’alleanza fondata su interessi economici con i sauditi mentre dice di voler combattere il loro fratello sanguinario. Forse la dichiarazione più forte l’ha fatta sempre l’ayatollah Ali Khamenei rivolgendosi ai Paesi occidentali “alleati” dell’Arabia Saudita: “Perché non hanno detto nulla coloro che affermano di sostenere i diritti umani? Perché coloro che pretendono di sostenere la democrazia e la libertà supportano questo governo saudita?”.

Le ipocrisie dell’Occidente celano semplicemente interessi economici collegati alla produzione e all’esportazione del petrolio. Dopo che il prezzo del greggio ha perso circa il 70% dal giugno 2014 e che le novità tecnologiche sul fronte dell’estrazione stanno mettendo in ginocchio molti grandi produttori – dal Sudamerica alla Russia – mettendo in crisi la ricchezza dello Stato Saudita, l’Iran, dopo aver firmato l’accordo sul nucleare con la comunità internazionale, si prepara a riavviare le estrazioni su larga scala e a registrare ingenti ricavi aggiuntivi, dopo decenni in cui questo gli era proibito.

Districarsi tra questi intrecci non è quindi facile, accettare che chi ha Guantánamo in casa dia consigli sui diritti umani forse anche meno, ma sicuramente bisogna prendere coscienza che bianco e nero spesso non sono poi così diversi ed in mezzo stanno molte sfumature grigie.  Quando infatti lo jihadismo viene denunciato come il male del secolo ma non ci si concentra su chi che lo ha creato e continua a sostenerlo si commette un grave errore. C’è chi sostiene economicamente ed ideologicamente il califfato, chi offre giustificazioni alle sue idee, chi viola continuamente i diritti umani, e risponde al nome dell’Arabia Saudita. Se da un lato questo Stato ha un ruolo chiave nello scacchiere medio-orientale, dall’altro lato la cautela nel non combattere queste ideologie malsane, poiché vengono da un paese “amico”, rischia di creare terreno fertile per le nuove generazioni di arabi, che cresceranno in ambienti permeati dal fanatismo, e l’Occidente non potrà dire di non esserne in parte responsabile.

Luca Peluzzi

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