LIU XIAOBO, NEL 2010 IL NOBEL PER LA PACE, OGGI LA CONDANNA ALL’OBLIO.

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Liu Xiaobo, è questo il suo nome. Il nome di un’ombra più che di un uomo, una storia che non deve lasciar traccia, che non deve aver memoria.

Un nome legato alla protesta di Tienanmen dell’89 e alla creazione della “Charta 08”, manifesto della libertà di espressione e dei diritti umani. Quattro anni fa l’Occidente aveva guardato con interesse e ammirazione a questo cittadino cinese, che di tali ideali aveva fatto la propria battaglia personale, ma oggi la sua memoria si fa sempre più labile. Condanna e merito coincidono per lui, imprigionato dal governo cinese con l’accusa di “incitamento alla sovversione del potere dello Stato”, ed elogiato dall’Occidente per lo stesso motivo, che nel 2010 gli aveva fatto meritare il Premio Nobel per la pace “per l’impegno non violento a tutelare i diritti degli umani”.

Per la Cina non può certo bastare condannare una figura pericolosa come la sua ad una prigionia, non dopo la vittoria di un premio che ne faceva il simbolo vivente della lotta per la libertà. Non vi è nulla di più pericoloso di questo agli occhi di un governo che mantiene il proprio controllo eliminando tutto ciò che potrebbe minarlo. Non è dunque sufficiente imprigionare un avversario politico, un sovversivo, non basta privarlo della libertà di leggere e scrivere, diritti per lui fondamentali: è necessario annientarlo, cancellarne la memoria.

La storia insegna, e il governo cinese pare aver imparato bene: quella che sembra sia toccata a Liu Xiaobo è una sorte condivisa da altri prima di lui, persone come Zhao Ziyang, unico tra i politici cinesi ad essersi opposto alla strage di piazza Tienanmen del 1989, sepolto senza che quasi nessuno ricordasse chi fosse o si chiedesse la sua storia.

A quattro anni dalla vincita del premio Nobel del 2010 il rischio è che la Cina stia riuscendo nel suo intento anche con Liu Xiaobo. Che sia per prediligere le questioni d’affari o per altre esigenze, la sostanza dei fatti non cambia: sembra condannato all’oblio non solo dal suo paese, ma dal mondo intero; questa è la sua vera prigione, ancor più di quella fisica nella quale il suo stesso paese lo ha costretto.
È difficile mantenere costante l’attenzione su un caso come questo, nonostante sia ben evidente l’importanza e la necessità di farlo. Liu Xiaobo è un esempio di libertà e democrazia, un modello che per l’Occidente resta fondamentale, per quanto le questioni economiche tra le potenze mondiali si debbano focalizzare su altri fattori. Non esiste un metodo definitivo per vincere la perdita della memoria di una vita, tuttavia per annientare il silenzio il primo passo è anche solo combatterlo.

La libertà di espressione è il fondamento dei diritti umani, la fonte dell’umanità e la madre della verità. Strangolare la verità di espressione significa calpestare i diritti umani, soffocare l’umanità e sopprimere la verità.
Per poter esercitare il diritto alla libertà di parola accordato dalla Costituzione bisogna adempiere al proprio dovere sociale di cittadino cinese. Non c’è nulla di criminale in tutto quello che ho fatto. Ma se mi si accusa per questo, non ho rimostranze da fare.

Così parlava Liu Xiaobo, fermo nei propri ideali oggi come allora, convinto che ci sarà giustizia per lui e per i cittadini cinesi. È un grido che è necessario ricordare, poiché è soprattutto questa la chiave per liberare una vita come la sua: salvarne la memoria.

Flavia Iafisco

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