MA GLI USA CONSIDERAVANO MANDELA UN TERRORISTA

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Oggi è la giornata della santificazione di Nelson Mandela (1918-2013), padre della lotta all’apartheid nel Sud Africa – e non padre dell’apartheid, come incredibilmente appariva ore fa su diversi portali, da quello de Il Giornale a quello de Il Messaggero – e a spendere parole che non siano di elogio appassionato sulla sua persona si rischia grosso. Sarà per questo che il consigliere circoscrizionale per la Lega a Verona, Francesco Vartolo, sta attirando l’attenzione del Paese; per essersi pronunciato, verso il Nobel per la Pace, con parole tutt’altro che lusinghiere: «Finalmente – ha scritto su Facebook – il terrorista Mandela belva assetata di sangue bianco trasformato in eroe dalla propaganda mondialista, si troverà di fronte a tutta la gente che ha fatto ammazzare». A parte registrare, da parte di Vartolo, una sentenziosità che sarebbe bene accompagnare a delle prove e da porre comunque in secondo piano rispetto all’umana pietà che si deve verso qualsivoglia defunto, tanto più se appena defunto, noi della parrocchia che ama documentarsi prima di aprire bocca, ci teniamo volentieri alla larga da qualsivoglia disputa.

Ci limitiamo però a segnalare che ben prima – e in modo assai più istituzionale, senza offesa – del consigliere leghista, a ritenere Mandela un «terrorista» erano nientemeno che gli Stati Uniti d’America. I quali dapprima, con la manina della Cia, contribuirono all’arresto che gli costò 27 anni di galera e poi lo conservarono nella loro lista dei poco raccomandabili fino al 2008, anno nel quale, per entrare negli Usa, Mandela – con una Condoleeza Rice imbarazzatissima – ebbe «bisogno di speciale nullaosta» (Corriere della Sera, 1/5/2008). Ribadisco a scanso di equivoci e per prevenire critiche fin troppo prevedibili, che non c’è, qui, la benché minima volontà di avviare una discussione sulla biografia di Mandela. Si rileva solo che prima di prendersela col consigliere Vartolo – come sta facendo parte del famigerato “popolo del web” -, sarebbe bene, per coerenza, andare a chiedere all’Amministrazione americana perché mai seguitasse a ritenere il padre della lotta all’apartheid un «terrorista» anche dopo che costui aveva conseguito 250 premi per la libertà, Nobel per la Pace del ’93 incluso. Troppo comodo, infatti, fare i forti coi deboli e i deboli coi forti.

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