“PAESE CHE VAI GIUSTIZIA CHE TROVI”: JOON-SEOK E SCHETTINO A CONFRONTO

0
55

È stato un funzionario della corte distrettuale di Gwangju a riferire le pene richieste dai procuratori per gli implicati nella strage del traghetto Sewol, naufragato lo scorso 16 Aprile, durante la traversata da Incheon, ad ovest di Seul, all’isola di Jeju, con 476 persone a bordo, per la maggior parte studenti in gita scolastica. Per i capi d’accusa dichiarati lo scorso Maggio, il capitano Lee Joon-Seok e tre membri dell’equipaggio (il primo e il secondo sottufficiale, e il capo ingegnere), colpevoli del reato d’omicidio, sono stati condannati rispettivamente alla pena capitale e all’ergastolo; altri 11 membri, allora dichiarati colpevoli di reati minori, poi specificati in negligenza e mancata protezione dei passeggeri, fino a 30 anni di carcere.

Condanne che dovrano aspettare Novembre per avere conferma, soprattutto per quanto riguarda la pena di morte, la cui esecuzione è impedita da una moratoria vigente in tutto il paese dal Dicembre 1997. Il fatto che i procuratori abbiamo richiesto questo tipo di condanna, seppur consapevoli dell’impossibilità di metterla in atto, dimostra la gravità dell’accaduto per il Paese. Il video nelle mani della Guardia Costiera, in cui viene ripreso in mutande mentre sale in una scialuppa di salvataggio incurante dei passeggeri ancora a bordo, probabilmente assieme agli altri 14 imputati che con lui sono stati i primi ad essersi salvati, rendono inutili le scuse di Lee Joon-Seouk, il quale si giustifica esprimendo l’inconsapevolezza che le proprie azioni avrebbero provocato così tanti morti. 249 vittime recuperate, 10 ancora dispersi, e solo 172 salvati, sono i numeri che emergono a sei mesi dalla strage. Cause dell’accaduto, oltre a varie forme di negligenza, il sovraccarico della nave e il ritardo dei soccorsi.

Una vicenda che si poteva evitare, molte le cause che concorrono ma soprattutto l’irresponsabilità di chi avrebbe dovuto gestire la situazione. I parenti delle vittime e i superstiti della Costa Concordia ne sanno qualcosa.

4.229 tra passeggeri e membri dell’equipaggio, di cui 32 morti, 110 feriti, 14 recuperati, per un totale di 4.197 persone salvate. Un “inchino” non riuscito a causa della falla di 70 metri provocata dall’urto con uno scoglio, nelle vicinanze dell’Isola del Giglio. La volontà di completare una delle usanze di Costa Crociere come giustificazione per non aver compreso tempestivamente la gravità della situazione, non cambia di fatto il comportamento assunto da Francesco Schettino la notte del 13 Gennaio 2012, il quale abbandonò la nave Costa Concordia con ancora passeggeri a bordo (http://archivio.panorama.it/news/cronaca/costa-concordia/Costa-Concordia-Schettino-intercettato-ho-abbandonato-la-nave) Azione che troverebbe conferma anche nella famosa telefonata di De Falco. In questo caso, l’onore è dell’equipaggio che ha aiutato i passeggeri, dei cittadini dell’sola e di Monte Argentorio,e di molti altri, che per questo hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti.

Se in Corea del Sud il capitano Joon-Seuk rischia la pena capitale in quanto colpevole di omicidio, Francesco Schettino, accusato di omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave, non ha solo goduto fino ad ora degli arresti domiciliari e dell’obbligo di dimora presso Meta di Sorrento, ma ha anche dato il proprio “contributo” in ambito educativo e politico. Dopo aver partecipato ad un seminario presso l’Università La Sapienza di Roma, in cui avrebbe ricostruito le fasi d’inclinazione della nave, il comandante ha anche partecipato ad un evento elettorale nella sua città, per sostenere il candidato Giuseppe Tito. All’evento erano presenti Umberto Del Basso De Caro, sottosegretario alle Infrastrutture del governo Renzi, indagato per i rimborsi della Regione Campania, e il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico, rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. Insomma, i migliori esempi di ottima condotta.

Da una parte l’omicidio, causato anche dalla superficialità di chi di dovere, viene ritenuto un reato punibile con la morte, dall’altra il condannato per omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave, non solo ad oggi non conosce ancora l’entità della condanna che dovrà scontare, ma è stato interpellato in ambito universitario e durante il mese di maggio di quest’anno ha anche preso parte ad eventi politici.

La pena di morte va contrariamente alla morale e all’etica italiana, ma è inaccettabile che in Italia le vittime della Costa Concordia attendano  giustizia da due anni, subendo la “beffa” della notorietà di Schettino, di fronte ad una legislatura straniera, che a sei mesi dall’accaduto, equivale giuridicamente la morte di molte persone alla pena capitale.

Laura Padoan

Comments

comments