Perché Haftar non vuole l’ambasciatore Perrone

Per l’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone le elezioni in Libia si dovranno tenere solo dopo il raggiungimento della riconciliazione nazionale. Affermazioni, quelle del diplomatico italiano durante un’intervista per il Libya’s Channel, che hanno innescato critiche e proteste fino a manifestazioni di piazza con tanto di tricolore bruciato. Il tutto nonostante una nota dell’ambasciata avesse precisato che “l’ambasciatore ha ribadito che la data concernente le elezioni è di pertinenza dei libici e solo dei libici”.

Se non la questione della data, ad innescare lo tsunami che da anti-Perrone è ben presto divenuto anti-italiano sarebbe stata la presunta interferenza nel disastroso quadro politico generale della Libia, tant’è che sabato l’uomo forte “di Tobruk”, il generale Khalifa Haftar, ha fatto sue le rimostranze della Camera dei rappresentanti di Tobruk ed ha affondato ulteriormente la lama affermando sull’al-Marsad di ritenere “l’ambasciatore italiano non più gradito alla maggioranza dei cittadini libici e che la politica dell’Italia nei confronti della Libia necessiti di radicali riforma e cambiamento, sulla base del pieno e letterale rispetto dell’accordo di amicizia con la Libia”.

Eppure Perrone ha ragione. Forse ha peccato di esuberanza, forse non ha calcolato gli effetti delle sue parole, ma quanto ha affermato è lapalissiano, per non dire elementare. Basti pensare che la Libia oggi esiste solo sulla carta geografica, perché in realtà continua ad essere un mosaico di tribù armate fino ai denti che si azzannano tra loro, e che è spaccata tra due macro-insiemi che reclamano a torto o a ragione il controllo di tutto, cioè il governo e il parlamento “di Tripoli”, riconosciuti dalla comunità internazionale e messi in piedi per raggiungere la stabilità attraverso la coesistenza delle diverse tribù e fazioni, ed il governo e parlamento “di Tobruk”, frutto delle elezioni del giugno 2014 (lì era fuggito il parlamento in quanto la capitale in mano alle milizie) e di fatto con a capo il generale Khalifa Haftar.

Per capire chi e cosa abbia avuto l’interesse a montare in questo quadro la polemica anti-italiana, per cui Perrone ha involontariamente fornito l’occasione d’oro, bisogna fare due passi indietro: senza essere troppo dietrologisti va ricordato che da tempo la Francia sta mettendo in Libia i bastoni fra le ruote all’Italia per prendere il controllo di parte del territorio, inteso come zona di economia (petrolio, gas) e di influenza. La “giustificazione” morale della Francia va fatta risalire a quanto avvenne nel 1987, quando il presidente tunisino Habib Bourghiba fu destituito con un piccolo golpe definito “dei camici bianchi”, cioè per “incapacità psicofisica”, ed al suo posto i servizi italiani misero Ben Alì, cosa confermata nel 1999 in audizione dal capo del Sismi Fulvio Martini: lo scopo era quello di strappare alla Francia la zona di influenza, ed oggi i francesi punterebbero a prendersi la loro fetta di Libia lasciando all’Italia solo la Tripolitania, dove comunque si concentrano gli interessi di Roma.

Prova ne è il fatto che la Francia per prima bombardò la Libia il 19 marzo 2011, lasciando di stucco l’allora premier italiano Silvio Berlusconi, e che nel luglio 2017 l’Eliseo si è messo di traverso alla lunga e faticosa mediazione italiana, raccogliendone i frutti, facendo sedere allo stesso tavolo il presidente del Governo di accordo nazionale Fayez al-Serraj e, appunto, Khalifa Haftar. Per farla breve, la situazione che si è venuta a creare vede l’Italia sostenere Tripoli nel pieno interesse di stabilizzare il paese, e la Francia tenere la parte di Tobruk per garantirsi spazio nel paese nordafricano.

Si noti che gli attacchi a Perrone sono arrivati da Tobruk, cioè dal parlamento e dal governo non riconosciuti dalla comunità internazionale ma appoggiati ufficiosamente dalla Francia.
D’altro canto Haftar ha non pochi risentimenti nei confronti dell’Italia, innanzitutto per essere stato escluso dai giochi (voleva per sé il ministero della Guerra); sono state le milizie islamiste e diverse tribù occidentali a pretendere l’esclusione del generale libico dalla formazione di un governo unitario: è infatti accusato a torto o a ragione di essere stato al soldo di Washington poiché, fatto prigioniero nel 1987 dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, venne poi prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove rimase fino al 2011 per ricomparire in Libia a comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi.

Sentitosi escluso Haftar non solo non ha avallato l’iniziativa della comunità internazionale di costruire un governo di unità nazionale, ma si è anche mosso subdolamente innanzitutto rompendo l’embargo sulle armi, ricevute attraverso l’asse emiratino-egiziano, poi si è recato in Russia per chiederne appoggio politico e militare, sentendosi però rispondere elegantemente “picche” dal momento che a Mosca non conviene ne’ crearsi ulteriori nemici in Europa (si pensi al gas e alle sanzioni per il caso Skipral), ne’ entrare in un nuovo braccio di ferro con gli Usa (Haftar aveva promesso in cambio una base militare nella Cirenaica).
Anche oggi Ahmed al-Mismari, portavoce del Libyan National Army (esercito “di Tobruk”) sotto l’egida del maresciallo Khalifa Haftar, ha reso nota l’ennesima richiesta alla Russia di operare presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per togliere l’embargo alle armi, nonché di appoggiare esplicitamente la data del 10 dicembre (stabilita a Parigi) per le elezioni politiche.

Perrone è, insomma, quanto di meglio poteva capitare ad Haftar per alzare il polverone su scala internazionale, ma è evidente la contraddizione di chi accusa diplomatico e l’Italia di interferenze, salvo poi fare la spola tra Parigi e Mosca o ancora chiedere alla Russia di tutelare all’Onu la data delle elezioni.
L’ambasciatore italiano ha tecnicamente ragione: in un paese tanto caotico è bene aspettarne quantomeno l’unità per arrivare a elezioni degne di tale nome.