PROFESSIONE REPORTER: GIORNALISMO DI GUERRA PERSONAGGIO DELL’ANNO

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Nessuno di noi è un eroe né ha la vocazione di diventarlo. Si va in guerra, sembra banale, come si va in qualsiasi altra parte del mondo a “raccontare”: può essere una festa e può essere l’inferno. La cosa strana è che continuiamo a sentirci dei privilegiati, solo per il fatto di stare in mezzo all’evento, occhi e anima di tutti gli altri. Molti purtroppo pagano la grande curiosità, questa voglia di capire”. Le parole di Pino Scaccia, inviato storico del Tg1Rai, emozionano e fanno comprendere, almeno in parte, come dietro alla figura dell’inviato di guerra c’è sempre una grande passione e che trovarsi in mezzo a brutte situazioni è spesso inevitabile per comprendere l’inferno.

Partono con l’obiettivo di essere i testimoni oculari di quello che accade, di portare nelle case degli spettatori notizie vere e senza filtri. Sono specialisti dell’informazione che lavorano in prima linea, mettendo a repentaglio la propria vita e diventando testimoni di guerre, genocidi e negazione dei diritti umani. Molti di loro sono inviati da grandi testate giornalistiche al seguito dell’esercito in zone di crisi, altri invece sono freelance. Ma tutti i reporter di guerra sono spinti da quella grande curiosità e voglia di capire e raccontare. Non restano negli alberghi, ma scendono in strada, abbandonando la prudenza, perché l’informazione coincide con le loro vite e provare a mostrare un angolo di mondo diventa uno scopo, non più e non solo una professione. Questo è il giornalismo di guerra.

In tutto il mondo, dal 1992 ad oggi sono 1099 i giornalisti uccisi. Nel 2014 sono morti 59 giornalisti e 11 operatori della comunicazione, mentre 220 reporter sono detenuti nelle prigioni delle zone calde. A riportare i dati agghiaccianti è il Committee to Protect Journalists, l’organizzazione impegnata nella difesa dei giornalisti di tutto il mondo.

Alcuni reporter sono vittime delle bombe e dei conflitti che per lunghe stagioni li hanno ospitati da osservatori coraggiosi. Altri sono vittime della mancanza di libertà di parola. Altri ancora sono vittime del terrorismo.

Fanno parte di quest’ultimo orribile gruppo i due giornalisti americani uccisi per mano dell’Is, lo Stato islamico dell’Iraq e della Grande Siria.

Il 19 agosto viene diffuso il video della decapitazione del giornalista freelance americano James Foley per mano di uno jihadista dal volto coperto. Reporter di guerra esperto, Foley aveva già coperto i conflitti in Afghanistan e Libia. Il 22 novembre 2012 è stato rapito in Siria, teatro di violenti scontri tra i ribelli e il regime di Damasco. Da quel momento del giornalista di France Presse non si è saputo più nulla, fino alla pubblicazione su Internet del video “Messaggio all’America” che ha mostrato al mondo la sua morte.

Foley appare nel deserto, in ginocchio, con indosso una tuta arancione che ricorda quelle dei detenuti del carcere di Guantanamo. Nel video, l’Isis presenta anche un altro prigioniero, Steven Joel Sotloff, corrispondente di Time, disperso dall’agosto del 2013 in Libia, e indicato come la prossima vittima: “La vita di questo cittadino americano, Obama, dipende dalle tue prossime decisioni”, minaccia il terrorista incappucciato.

Passano pochi giorni e su Internet viene pubblicato il video della decapitazione di Sotloff dal titolo “Un secondo messaggio all’America”: “Sono Steven Joel Sotloff. Sono sicuro che a questo punto sapete esattamente chi sono e perché appaio davanti a voi. E ora ecco il mio messaggio”. Stesso scenario, stessi vestiti, stessi gesti, ma soprattutto stessa brutalità. Alla fine della cruente esecuzione, il video si chiude con l’inquietante immagine del cooperante David Cawthorne Haines, che verrà ucciso poco dopo. Saranno decapitati in seguito altri due ostaggi, il cooperante britannico Alan Henning e l’operatore di pace Peter Edward Kassig.

Reporter, fotografi, cooperanti tenuti come ostaggi e in seguito decapitati in quanto simboli di un potere da combattere. Ma ciò che fa più orrore è la rappresentazione della loro morte. I video vengono infatti pubblicati su Internet e mostrati al mondo intero. Proprio quei mezzi di comunicazione che sono lo strumento di lavoro di giornalisti e fotografi si trasformano in mezzi spietati che diffondono la loro decapitazione in ogni angolo del pianeta. E’ la morte dei media attraverso i media.

C’è un muro trasparente nel giardino del Newseum, il museo della stampa, ad Arlington, in Virginia. Ogni pannello ha un nome, un luogo, una data. Si tratta del muro del Journalists Memorial, il monumento ai giornalisti caduti. Il primo della lista è James M. Lingan, 62 anni, americano, ucciso a Baltimora nel 1812. Il muro è alto sette metri, ma non finisce mai: ogni anno, ai primi di maggio, ne aggiungono un pezzo, e non sembra destinato a smettere di crescere.

Marianna Di Piazza

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