Rohingya: a un anno dalla fuga vivono in campi terribili

Il 25 agosto di un anno fa 706.000 Rohingya fuggivano in Bangladesh a causa di una “operazione di pulizia” nello Stato di Rakhine da parte dell’esercito del Myanmar. Sommate alle oltre 200.000 persone che erano già scappate a seguito di precedenti ondate di violenza, sono oggi oltre 919.000 i Rohingya che vivono nel distretto di Cox’s Bazar.

In questi 12 mesi le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno effettuato oltre 656.200 visite mediche in 19 strutture, tra ospedali, ambulatori e cliniche mobili. All’inizio, più della metà dei pazienti venivano curati per lesioni legate alla violenza, ma presto sono emersi altri problemi di salute causati dal sovraffollamento e dalle scarse condizioni igieniche nei campi.

 

Nonostante il Bangladesh abbia mostrato una straordinaria generosità aprendo le porte ai rifugiati, un anno dopo l’esodo di massa, il destino dei Rohingya resta molto incerto. Gli stati ospitanti nella regione negano loro qualsiasi status legale formale, nonostante siano a tutti gli effetti rifugiati e siano stati resi apolidi dal Myanmar. “Ci troviamo in una situazione in cui è perfino difficile definire i Rohingya rifugiatidichiara Francesca Zuccaro, capomissione di MSF in Bangladesh. Rifiutando di riconoscere i diritti dei Rohingya come rifugiati o negando loro qualsiasi altro status legale, i governi li costringono a vivere in uno stato di estrema vulnerabilità“.

 

I donatori e i governi in grado di esercitare un’influenza sul governo del Myanmar non sono riusciti a porre fine alle persecuzioni contro i Rohingya, motivo della loro fuga. Inoltre, la risposta umanitaria dell’ONU in Bangladesh è, ad oggi, finanziata solo per il 31,7%. E all’interno di questa entità i finanziamenti per l’assistenza sanitaria si attestano solo al 16,9%, lasciando lacune significative nella fornitura di servizi medici vitali. I Rohingya, esclusi per molto tempo dall’assistenza sanitaria in Myanmar, hanno una copertura vaccinale molto bassa. Le campagne di vaccinazione di MSF hanno dunque contribuito a prevenire epidemie di colera e morbillo e a contenere la diffusione della difterite.

 

Con il pretesto che i Rohingya torneranno presto in Myanmar, la risposta umanitaria è stata ostacolata nella fornitura di aiuti a lungo termine. Le condizioni di vita nei campi sono di gran lunga inferiori agli standard umanitari internazionali: i rifugiati Rohingya vivono ancora negli stessi rifugi temporanei di plastica e bambù che sono stati costruiti al loro arrivo.

 

In una zona in cui cicloni e monsoni sono comuni, non esistono praticamente rifugi solidi e stabili e le conseguenze di questa condizione sono tangibili sulla sicurezza e la dignità dei Rohingyaafferma Pavlo Kolovosd, responsabile dei progetti di MSF in Bangladesh. È inaccettabile che la diarrea acquosa resti uno dei principali problemi di salute che vediamo nei campi. Le infrastrutture capaci di soddisfare anche i bisogni più elementari della popolazione non sono ancora disponibili e questo influenza seriamente il benessere delle persone”.

 

Considerando il livello di violenza che i Rohingya hanno dovuto subire in Myanmar e i traumi che ne sono derivati, i servizi di sostegno psicologico, anche per le vittime di violenze sessuali e di violenza di genere, rimangono inadeguati. Sono anche complicati per la mancanza di uno status giuridico, condizione che impedisce alle persone di ricorrere alla giustizia. Inoltre, i Rohingya restano confinati con la forza nei campi e la maggior parte della popolazione di rifugiati ha scarso accesso all’acqua pulita, alle latrine, all’istruzione, alle opportunità di lavoro e all’assistenza sanitaria.

 

Queste restrizioni non solo limitano la qualità e l’ampiezza degli aiuti, ma costringono anche i Rohingya a dipendere interamente dagli aiuti umanitari. Li depriva di qualsiasi possibilità di costruire un futuro dignitoso per loro stessi e rende ogni giorno una non necessaria lotta per la sopravvivenzaaggiunge Kolovos di MSF.

 

È necessario trovare soluzioni durevoli perché probabilmente i Rohingya resteranno in Bangladesh per non poco tempo. “La realtà è che centinaia di migliaia di Rohingya sono fuggiti in Bangladesh e in altri paesi per decenni, e potrebbero volercene altri prima che possano tornare in sicurezza in Myanmar, ammesso che sia possibile. La grande sofferenza dei Rohingya merita una risposta molto più solida a livello locale, regionale e globale” afferma Kolovos di MSF. “Nel frattempo, devono continuare le pressioni sul governo del Myanmar affinché fermi la sua campagna contro i Rohingya”.

 

 

MSF lavora in Bangladesh dal 1985. Dal 25 agosto 2017 MSF ha intensificato le sue operazioni nel distretto di Cox’s Bazar dove attualmente gestisce 15 cliniche, 3 centri sanitari di base e 5 ospedali.

Uno studio retrospettivo sulla mortalità condotto da MSF a dicembre 2017 ha rivelato che almeno 6.700 Rohingya sono stati uccisi in Myanmar nel primo mese dopo lo scoppio delle violenze, tra loro 730 bambini al di sotto dei 5 anni.

MSF lavora inoltre nella baraccopoli di Kamrangirchar, nella capitale Dhaka, fornendo cure di salute mentale, di salute riproduttiva, servizi di pianificazione familiare e consultazioni prenatali, e gestendo un programma di salute sul posto di lavoro per gli operai.