Russiagate: l’inchiesta di Mueller assolve Trump

Il procuratore speciale per il Russiagate, Robert Mueller, non è riuscito ad incastrare Donald Trump, pur avendogli fatto terra bruciata intorno. Il rapporto di 4 pagine, consegnato al segretario alla Giustizia William Barr, indica infatti che “Il procuratore speciale non ha rinvenuto che la campagna di Trump, o qualcuno associato con questa, abbia cospirato o si sia coordinato con il governo russo nei suoi sforzi, nonostante le varie offerte giunte da individui affiliati con la Russia per assistere la campagna di Trump”.

Il presidente insomma ne è uscito pulito, e subito si è precipitato a twittare dalla residenza di Mar-a-lago che “Nessuna collusione, nessuna ostruzione. E’ stata una totale assoluzione. E’ una vergogna che il paese e che un presidente debbano passare attraverso una cosa simile”, che l’indagine di Mueller è “un colpo illegale che ha fallito” e che “Il rapporto conferma quanto gente sana di mente come noi sapeva da tempo, cioè che c’è stata zero collusione con la Russia”.

Dopo un’inchiesta durata due anni, diversi arresti, 34 incriminazioni ed alcune condanne, si allontanano dalla Casa Bianca le nuvole dell’impeachment, un’ipotesi tutt’altro che recondita se le cose si fossero concluse diversamente.Se però la portavoce del presidente Sarah Huckabee Sanders ha affermato a caldo che “E’ una totale assoluzione del presidente”, ed il suo avvocato Rudolph Giuliani ha esclamato che “E’ meglio di quanto mi aspettassi. Nessuna collusione. Nessun reato è stato commesso”, Barr ha fatto notare che la questione di un eventuale intralcio alla giustizia commesso da Trump rimane dubbia, ovvero che “Anche se il rapporto non conclude che il presidente abbia commesso un reato, allo stesso tempo non lo esonera”. Un sassolino nell’ingranaggio dello scontro politico che al Congresso rivelarsi un macigno.

Prove poche, insomma, ma indizi tanti. Anche perché è indubbio che vi fu nel giugno 2016 l’hackeraggio da parte dei russi di oltre 20mila mail dei democratici che indicavano un’operazione del comitato centrale del Partito Democratico, che avrebbe dovuto essere neutrale, volta a screditare il candidato alle primarie Bernie Sanders a vantaggio di Hillary Clinton, uno scandalo che fece crollare in breve tempo il vantaggio dell’ex segretario di Stato su Trump di 9 punti. Se l’ordine di cooperare con i russi non partì da Trump, da chi partì? E in cambio di cosa?