Senza una politica estera l’Italia perirà

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Senza una politica estera degna di tale nome l’Italia è destinata a sprofondare negli abissi della fase storica. Date le circostanze epocali in cui viviamo, la scelta di linee strategiche, grazie alle quali ricollocarsi sullo scacchiere regionale e planetario, è prioritaria. Viene persino prima di qualsiasi riorganizzazione economica o sociale. Le cosiddette riforme di sistema si svilupperanno meglio unicamente come opzioni collegate alle predette decisioni fondamentali sullo scenario mondiale. Con un recupero di sovranità, nei confronti del mondo che ci circonda, cambierebbe la nostra prospettiva storica, non saremmo più uno stato periferico dell’Ue e della Nato ma un paese centrale nella costruzione di nuovi equilibri, generati dall’incipiente multipolarismo di cui sono protagonisti player emergenti e riemergenti in varie parti geografiche. Con ciò troveremmo anche altre soluzioni per risollevarci nei diversi ambiti sociali uscendo dalla gabbia di acciaio dei diktat imposti da Ue, Fmi ecc. ecc.. Soltanto questo potrà trarci fuori dal pantano in cui siamo sprofondati e nel quale sguazzano le nostre classi dirigenti vili e servili. Arrivano momenti in cui la politica estera è la politica tout court, diceva Carl Schmitt. I nostri tempi sono questi e richiedono un sovrappiù di indipendenza, da parte di chi guida il Paese, per non ritrovarsi condizionati o, peggio ancora, coartati nei provvedimenti urgenti da adottare al fine di imprimere una svolta al proprio futuro. Da questo punto di vista, due episodi in particolare ci hanno estromessi (e forse a lungo) dal parterre delle grandi potenze di cui siamo diventati il pied-à-terre: la guerra in Libia, in cui siamo giunti a bombardare un nostro alleato col quale avevamo appena firmato un trattato di partenariato, e la rinuncia South Stream, progetto di gasdotto con la Russia. Entrambi gli avvenimenti hanno azzerato le nostre aspirazioni sullo scacchiere geopolitico ricacciandoci ancora più indietro nella classifica dei governi che contano. Pagheremo care queste defezioni che hanno portato la credibilità italiana a livelli minimi, anche per chi in pubblico ha finto di apprezzare la nostra collaborazione, avvenuta contro i nostri stessi interessi. L’aggressione a Tripoli ci ha tolto qualsiasi attendibilità estera (chi farà assegnamento su di noi dopo un simile tradimento?), e l’uscita dal consorzio con Gazprom rallenterà il nostro passo sulla via dell’autonomia energetica, deteriorando i rapporti con la Russia, paese pivot della trasformazione internazionale in atto. Roma ha ceduto alle pressioni estere, prima americane e poi europee, sparandosi sui coglioni sulla cosiddetta Quarta Sponda e poi stracciando un contratto già firmato coi russi che avrebbe rilanciato la nostra economia e le relazioni con Mosca. Da allora la parabola discendente del Belpaese non ha più avuto nessuna inversione di tendenza, né sussulti di dignità. Siamo fuori dai giochi o vi entriamo come gregari appena tollerati dai nostri più potenti soci, sempre pronti a scaricare su di noi le loro inefficienze o i costi di certe operazioni. Siamo pària della subdominante casta europea e stuoini di quella predominante statunitense che ci piega ad una sudditanza senza appelli.
Nonostante quello che si è detto, circa le ultime lamentele di Renzi verso la Merkel, le quali sarebbero un segnale da non sottovalutare per il ristabilimento di rapporti di forza più equi in Europa, non vi è nessun recupero di coscienza da parte dei nostri leader che si azzuffano coi tedeschi, colpevoli di saper tutelare i propri appannaggi, perché imbeccati dagli americani. Costoro non vedono di buon occhio il Nord Strem 2. Vorrebbero che naufragasse come il South Stream e il nostro premier sensale di Washington glielo ha rammentato. I provinciali che ci sgovernano stanno lì per questo, come ha detto anche Rino Formica in una recente intervista: “Il clan Renzi Boschi è ciò che serve ad Obama e Merkel)”…ovvero i veri poteri internazionali hanno tutto l’interesse a dare copertura a gruppi dirigenti deboli nei paesi dipendenti.
Eppure, proprio quando si è all’angolo si dovrebbe osare una reazione coraggiosa, approfittando delle contraddizioni altrui. La Germania non sa essere la vera guida politica dell’Unione Europea e tentenna tra assunzione di leadership indiscussa e paura di indispettire la Casa Bianca. La frustrazione che ne deriva viene scaricata sui contesti fragili dell’Ue che, peraltro sono quelli più disponibili con l’America, e dei quali Berlino non si fida affatto. L’Italia americanista è tra questi. La Francia, che non può competere direttamente coi tedeschi, spera nell’investitura yankee per diventare il garante delle strategie di Washington nel Vecchio Continente e inibire le aspirazioni egemoniche teutoniche. Parigi cerca di accreditarsi come unico coordinatore degli esecutivi privi di autodeterminazione (di cui ancora noi facciamo parte). Per questo si è offerta di darcele di santa ragione in Libia, per conto statunitense e cosicché gli stessi statunitensi non si sporcassero le mani facendo loro un grande favore. I cugini hanno dimostrato di saper eseguire gli ordini d’oltreoceano e di sbrigarsela velocemente con gente come noi. Di questa situazione di scollamento europeo si avvantaggiano soprattutto gli Usa, i quali hanno come obiettivo quello di contenere l’Ue ed impedire che essa sbandi verso alleanze geopolitiche alternative a quella atlantica. Cosa potrebbe fare l’Italia di diverso per uscire da questo circolo vizioso di assoggettamento e aprire un varco nel cul de sac in cui sono precipitati i principali membri europei? Proporsi come ponte tra Europa e Russia (con la quale tutti vogliono avere a che fare ma tenendosi a debita distanza per non esporsi alla ritorsioni d’oltreoceano) per facilitare il dialogo necessario a infrangere l’isolamento di Mosca ed allentare i pregiudizi franco-tedeschi, tra loro e verso la Russia medesima. Dovremmo però far intendere a tutti questi che siamo risoluti e convinti di percorrere questa strada di salvezza per i nostri destini e per quelli europei. L’iniziativa ci farebbe ritrovare tanti buoni amici, disposti a spalleggiarci, anche se gli Usa reagissero duramente, laddove però dimostrassimo di essere capaci ed efficaci nei nostri perseguimenti. Del resto, sempre meglio questa azione spregiudicata all’attuale situazione precipitata. Ora come siamo messi? Le prendiamo da ogni angolo. Come scrive Pelanda (filo-americano) su Libero: “ La Francia dal 1993 tenta in ogni modo di conquistare il potenziale economico italiano per avere più scala di potenza allo scopo di bilanciare il potere tedesco. La Germania ha comunque interesse a ridurre la concorrenza italiana in parecchi settori industriali e a prenderne alcuni. L’America non ci difende più [ma ci usa a suo piacimento senza darci nulla in cambio, ndr]. Insomma, siamo comunque fritti, anche se non ci muoviamo ma sarebbe meglio provare qualcosa prima di venire sopraffatti definitivamente. Ci vorrebbe una classe politica all’altezza del tentativo.

Giovanni Petrosillo

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