THE UMBRELLA REVOLUTION

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The Umbrella Revolution” (ovvero in italiano con “La rivoluzione degli ombrelli”) è il nome ufficioso dato dai media mondiali alle agitazioni che stanno in questi giorni coinvolgendo Hong Kong e di riflesso la Cina. Gli ombrelli sono diventati l’emblema del movimento di protesta dopo che sono stati adoperati dai dimostranti per ripararsi dai gas lacrimogeni e dagli spray al pepe scagliati dalla polizia questa domenica.

Trascurando le sollecitazioni del governo, migliaia di persone seguitano a fermarsi nelle strade, e oggi Pechino deve fronteggiare una delle difficoltà politiche più ingarbugliate da piazza Tienanmen: anziché diminuire, la quantità di manifestanti è aumentata di ora in ora. Volendo calmare gli animi, il capo del direttivo di Hong Kong, Leung Chun-ying, ha fatto sapere del ritiro degli agenti anti-sommossa dalle strade e ha anche allontanato le voci di richiedere aiuto all’Esercito di Liberazione del Popolo, che sosta in un distaccamento in città.

La Cina nel frattempo ingiunge agli Stati Uniti e agli altri Paesi stranieri, inclusa l’Inghilterra, di non interferire. “Hong Kong è cinese: è una regione cinese ad amministrazione speciale e gli affari di Hong Kong sono affari interni solamente cinesi“, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri a Pechino. La polvere, si sa, è meglio nasconderla da sé sotto il proprio tappeto.

Il comunicato governativo afferma la volontà del governo di Hong Kong a conservare una “società varia” e incita i cittadini a “manifestare i loro desideri tranquillamente, osservando le leggi, e di considerare i differenti punti di vista della comunità“. Il governo dell’isola promette che la polizia maneggerà la vicenda “appropriatamente e secondo le leggi“: forse intendevano la legge del più forte. Al richiamo di Pechino ai manifestanti del movimento Occupy Central, che reclamano democrazia con libere elezioni, è seguito il getto di gas lacrimogeni dalla polizia di Hong Kong per sbaragliare la manifestazione di protesta scattata qualche notte fa, anticipando la data annunciata del primo ottobre.

Gli studenti dell’organizzazione Scholarism hanno forzato la situazione, volendo il boicottaggio delle lezioni, radunandosi venerdì al palazzo governativo e battendosi per primi con la polizia. Benny Tai, professore di diritto e creatore di Occupy Central, movimento di docenti universitari, intellettuali, adulti e uomini di chiesa, ha affermato: “Nei comportamenti sociali si ha da replicare alla situazione, all’esaltazione dei cittadini, dunque l’occupazione del centro inizia. I giovani ci hanno indotto a muoverci prima del previsto”.

Il rapido mutarsi della contestazione democratica di Hong Kong contro il governo cinese si è sviluppato tra sabato e domenica notte, quando i capi di Occupy Central hanno dichiarato l’avvio dell’opposizione civile e l’occupazione della city finanziaria. I ragazzi hanno continuato a manifestare ordinatamente fino a tardi. A lungo sono partiti cori di «Dimissioni, dimissioni» diretti al governatore del territorio Leung, allineato a Pechino.

La direttiva del comando è giunta alle sei del pomeriggio e la polizia ha serrato il cordone, gli agenti si sono infilati le maschere antigas e hanno iniziato a spruzzare liquido irritante contro la prima fila dei manifestanti che tentavano di coprirsi con gli ombrelli. Mentre conquistavano terreno gli agenti hanno esposto striscioni rossi con la dicitura: «Separatevi o apriamo il fuoco». Subito hanno risuonato i colpi dei lacrimogeni gettati verso i manifestanti e l’aria è diventata satura di fumo.

Certo, una prova di coraggio non indifferente, una novella Somme, Marna, Waterloo o Azincourt: mancano solo il terriccio lutulento e qualche vittima. Nessuno sa che cosa stia architettando a Pechino il presidente Xi Jinping col Politburo. La stampa ufficiale di Pechino tace (vietando alla stampa di parlarne) o etichetta le manifestazioni come azioni di «terroristi politici» che però sono «segnate dal fallimento» perché «sanno bene che è impensabile mutare la decisione» su come eleggere nel 2017 il governatore.

Nei mesi scorsi i governanti cinesi, e specialmente il presidente Xi Jinping, hanno fatto capire spesso di non voler concedere nulla.

La Cina ha molta paura di questa rivolta perché potrebbe essere la miccia che creerà disordini anche all’interno e già la protesta si è spostata oltre il Victoria Harbour a Kowloon. Il governo centrale cinese teme, infatti, che le rivendicazioni democratiche di Hong Kong giungano anche nella madrepatria.

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