La crisi del sogno Europa Nazione

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Non era necessario avere una mente geniale, poteva arrivarci anche un burocrate di Bruxelles. Eppure, bisogna prendere atto che, a Bruxelles, se esiste un dio, non è tanto più intelligente della macchietta di un recente, spassosissimo film belga. Il tema al centro del dibattito ò il Trattato di Schengen, quell’accordo tra i paesi dell’Unione europea che garantiva da anni e anni la libera circolazione della persone nel Vecchio continente. Schengen, più che un accordo, era un vero e proprio sogno che si realizzò: una sorta di ritorno ai fasti rinascimentali, quando da Bruges a Firenze, dalla Polonia a Bologna, da Amburgo a Lille, con estrema facilità, giravano i mercanti, i professori, gli assetati del sapere, uniti dalla consapevolezza di appartenere sì a patrie diverse, ma ricomprese nella grande civiltà cristiana. Una civiltà già divisa – in cattolici, protestanti, tolleranti -, ma che tentava, data la comune radice etnica e culturale, di far prevalere i tratti comuni. Una civiltà unita dal Latino che, contrariamente all’Inglese, non è un mero strumento di comunicazione linguistica – e l’inglese deve la sua fortuna, soprattutto, alla sua povertà semantica e grammaticale -, ma un patrimonio di cultura, il cui valore sta tutto nell’abbondanza delle parole, nella pluralità dei significati, nella profondità delle costruzioni sintattiche e logiche. Un sogno, Schengen, nato dalla fecondità dell’esperimento Erasmus, quando si era promossa nuovamente la circolazione degli studenti nelle Università europee, cioè, dell’intelligenza in crescita. Purtroppo, però, a Bruxelles e Strasburgo nessuno aveva pensato al fatto che, almeno per qualche decennio, questa straordinaria opportunità avrebbe dovuto comportare una difesa più rigorosa dell’identità europea, altrimenti, Schengen si sarebbe trasformata, da grande opportunità, a immenso problema di ordine pubblico continentale. Abolire le frontiere interne avrebbe dovuto comportare l’unificazione delle regole per l’immigrazione, cioè, l’armonizzazione delle frontiere extra-Ue, con regole certe e uguali dal Mare del Nord al Mediterraneo. Al contrario, ognuno ha continuato a gestire le cose a modo suo, alcuni in modo assolutamente disastroso – Italia in testa -, determinando una situazione che, all’apparire della prima grande crisi (il confronto col mondo islamico), ha indotto (giustamente) qualche nazione ha chiudere i cancelli e l’intera architettura di Schengen a tremare fino al limite di un sempre più probabile crollo. Col risultato che, presto, gli europei dovranno rinunciare a quanto di più positivo avevano ottenuto grazie all’Unione. La libera circolazione delle persone, infatti, presupponeva la condivisione quasi assoluta, da parte dei cittadini, dei valori di fondo, di civiltà dell’Europa che, al contrario, oggi ospita vastissime comunità che, di quella stessa Europa, tentano di condividere solo la restante ricchezza o le opportunità di lavoro migliori rispetto a quelle dei paesi di provenienza. Tutto il resto, a queste comunità, è indifferente, quando va bene e non rappresenta addirittura un nemico da abbattere. Schengen, insomma, avrebbe dovuto rappresentare il trionfo orgoglioso dell’identità dell’Europa nazione, non il regolamento burocratico di un’Europa senza più un volto, una spina dorsale, un’anima. Potevano arrivarci anche i burocrati di Bruxelles, anche se non sono dei geni, ma, purtroppo, si sono rivelati proprio dei perfetti e demagogici cretini.

Massimiliano Mazzanti

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