LUXLEAKS, JEAN-CLAUDE JUNCKER E L’INTERESSE NAZIONALE

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Luxleaks è lo scandalo che in queste ultime settimane sta scuotendo le fondamenta dell’Unione Europea e  vede il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, direttamente coinvolto.  Il tutto è nato a seguito delle ricerche compiute da un pool internazionale di giornalisti che hanno reso nota una lista di  agevolazioni fiscali concesse segretamente tra il 2002 e il 2010 dal governo del Lussemburgo a grandi aziende multinazionali.

Oltre 340 aziende e banche multinazionali sono riuscite a evitare il pagamento di milioni di tasse, grazie alle aliquote minime applicate dal granducato. Si ricorda che comunque non è stata fatta in alcun modo beneficenza e il Lussemburgo è, grazie a questa politica fiscale, entrato in possesso di grossi capitali.

Lo scandalo ha visto come primo accusato colui che per 18 anni ha guidato il piccolo stato europeo; quel Jean-Claude Juncker che è appena subentrato, come capo della nuova Commissione europea, a José Manuel Barroso.  Già nel luglio scorso, quando ancora era Presidente designato, era saltato agli onori della cronaca a causa della stampa britannica che lo aveva accusato di essere un’alcolizzato.  “Un ubriaco che beve cognac a colazione”; fu questo il colpo basso del tabloid britannico Mail on Sunday che rovinò, proprio un mese dopo le elezioni europee, l’immagine internazionale del futuro massimo rappresentante dell’Unione Europea.

Luxleaks è servito come ulteriore tassello per indebolire l’immagine di colui che vuole dare un carattere marcatamente politico al nuovo esecutivo comunitario.

L’accusa, resa opportunamente pesante, è  semplice: aver favorito la fuga di capitali verso un Paese di cui Juncker era Primo Ministro; ovvero, se si guarda ai fatti, il capo di imputazione è stato quello di aver curato, a suo tempo, l’interesse nazionale lussemburghese. Eppure tutti sanno che il piccolo Granducato è sempre stato al centro degli scandali patrimoniali che riguardano sia i paesi membri dell’Unione Europea, sia quelli oltreoceano. Ci sono 141 banche, solo 5 locali, e rappresentano 22 volte il suo pil. È inoltre il secondo centro di fondi d’investimento al mondo, con 3800 holding che valgono 2.500 miliardi, 55 volte il suo pil.

Junker è un personaggio comodo da accusare ma anche scomodo per le sue idee. Nel 2012 si era dimesso da Presidente dell’Eurogruppo a causa delle ingerenze franco-tedesche nella gestione della crisi economica che portò in Italia Mario Monti. Aveva affermato che il governo tedesco e francese “si comportano come se fossero i soli membri del gruppo”. Sembrava ormai essere giunta al capolinea la sua carriera politica finché nella primavera del 2014 giunse la candidatura a Presidente della Commissione europea a nome del Partito Popolare Europeo. In un sistema caratterizzato da un crescente euro-scetticismo e da una inesistente ed eterogeneo sistema elettorale, l’Europa cercava di entusiasmare gli elettori con l’elezione semi-diretta del Presidente della Commissione Europea. Junker appariva il candidato ideale per il mantenimento dell’Europa della moneta unica: era stato primo ministro della Nazione europea che presenta il più alto numero di istituti bancari, al contempo il suo passato era utile nel momento in cui avesse detto qualcosa che urtasse con la sensibilità di Parigi, Berlino e Londra.

Ma alla fine è emerso, già all’indomani della sua elezioni a Presidente della Commissione Europea, il pensiero critico di Junker. Subito dopo l’uscita delle stime annuali sull’andamento economico dei paesi dell’eurozona, questi aveva affermato:  “A Renzi dico che non sono il capo di una banda di burocrati: sono il presidente della Commissione Ue, istituzione che merita rispetto, non meno legittimata dei governi. Se la Commissione avesse dato ascolto ai burocrati il giudizio sul bilancio italiano sarebbe stato molto diverso”.

Non urtò la sensibilità, ma attaccò senza mezze misure anche la Germania che “gioca un ruolo significativo nell’economia europea ma nell’Ue servono più motori, non ne bastano solo 1 o 2 ed è per questo che la Commissione ha insistito sulle riforme, necessarie anche a Berlino. Per il bene della stessa Germania ha senso investire in Ricerca e Sviluppo e in infrastrutture”.

Era il 4 novembre, il giorno dopo vennero pubblicati i famosi Luxleaks, ovvero dati già conosciuti al grande pubblico ma che sono stati ampiamente strumentati dalla stampa anglo-franco-tedesca. Certamente una coincidenza ma che ha portato l’uomo al vertice dell’unione europea a star attento, almeno per ora, a quanto afferma.

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