CRISI RUSSA: UN’EUROPA TROPPO ATLANTISTA E POCO PROTAGONISTA

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La crescente frizione tra Russia e Occidente legata alla crisi in Ucraina, se non troverà presto un limite ed una soluzione, finirà per creare danni geopolitici ed economici enormi su scala mondiale, tanto per l’America, quanto per l’Europa: esclusa dal mercato euro-americano, la Russia diventerebbe sempre più dipendente dalla Cina e – alla fine – ne diventerebbe satellite. Con il mercato globale si frammenterebbe tra blocco capitalista autoritario e guida cinese di forza pari a quello del capitalismo democratico, portando crisi e conflitti futuri.

Mosca cerca di ingrandire la propria area di influenza verso ovest, puntando al controllo delle risorse dell’Ucraina orientale e alla riannessione della Bielorussia ma si spinge allo stesso tempo verso l’Asia centrale (area di libero scambio), proprio per resistere alla pressione combinata dei blocchi occidentali e cinesi, ma è improbabile che ci riesca. La Cina ha il terrore che la Russia venga inclusa nel blocco occidentale, cosa che ne completerebbe l’accerchiamento geografico e la lascerebbe priva del controllo sulle risorse energetiche.

Pechino, dal canto suo, starebbe cercando (ormai da tempo) di concedere a Mosca enormi vantaggi per incentivarla all’alleanza. La posta in gioco? Il mega contratto di fornitura di gas russo alla Cina.

Dopo il crollo del regime comunista del 1991, gli Stati Uniti non hanno mai concesso vere alleanze alla nuova Russia. L’Unione Europea è divisa tra una Germania e Italia che hanno intrecciato relazioni economiche estese con Mosca, e le nazioni dell’Europa orientale e  dell’area balcanica che invece mantengono un’inflessibile ostilità verso la Russia. Che peraltro si è già ricostruita in base a un linguaggio nazionalista-imperiale e metodi “autocratici”, dando l’immagine di nazione incompatibile con l’area delle democrazie di cui tutti noi facciamo parte.

Se da un lato occidentali e Russi mantengono una “razionalità” a porte chiuse, per non aumentare la già esistente frizione in Ucraina, dall’altra la soluzione del conflitto in atto, dipende da un fatto più generale: il collocamento della Russia in occidente o in oriente.

L’Europa dal canto suo, risponde davanti ad un’amministrazione che esige un Occidente unito sulla questione Ucraina, rilanciando perciò con minacce e sanzioni contro Mosca, sperando di non doverle mai applicare veramente. Mercoledì infatti la Commissione europea ha distribuito un dossier riservato in cui si analizzano conseguenze che ogni Stato sarà costretto ad affrontare se Bruxelles dovrà varare altre sanzioni contro la Russia. Un dossier dal quale si evince la “follia” di un’ Unione Europea pronta ad un conflitto economico contro il suo principale partner energetico e commerciale. Un’europa dove ciascuno vorrebbe scaricare sugli altri i maggiori sacrifici.  Londra, Parigi e Berlino “tremano”, assieme a lobby attive sui mercati russi e da cui dipendono fatturati per 80 miliardi, assieme a consensi, voti e finanziamenti.

Come dire, l’irrinunciabilità degli interessi tedeschi in Russia è personificato dallo stesso ministro degli esteri tedesco, emblema del rapporto filo-Russo.

L’Italia?  Mentre ogni capitale decide sul da farsi, con sanzioni studiate “ad arte” per garantire sia gli impegni che Obama sembra imporre a tutta l’Euro-zona sia i propri interessi nazionali, Roma non muove un dito. Dopo l’aver assegnato una poltrona per gli affari esteri ad una inesperta Mogherini il nostro governo ha pensato bene di rinunciare all’influenza di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, il vero ministro di ogni politica energetica.

Mentre ogni governo è pronto (in questo conflitto economico) a saltar fuori con imprevedibili conclusioni di genio, pur di difendere i propri interessi, ecco che l’Italia sembra già aver scelto la strada della neutralità. E’ arrivata la resa dei conti e noi restiamo a guardare.

Giuseppe Papalia

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