Euro: l’Italia ci ha rimesso

Secondo un rapporto del Centrum für europäische Politik, si stima che dall’introduzione dell’euro ci siano paesi che ci abbiano guadagnato ed altri che ci abbiano rimesso. A guidare la classifica dei vincitori, Germania e Paesi Bassi, con un incremento di ricchezza rispettivamente di 23mila e 21mila euro pro capite; in fondo alla classifica, Italia e Francia, rispettivamente con una perdita di 73mila e 56mila euro pro capite.

Lo studio è stato condotto attraverso il metodo del “controllo sintetico”: in pratica sono state confrontate le performance (in termini di incremento/decremento del PIL) dei paesi che hanno adottato la moneta unica con le performance di altri Stati che non sono entrati, ma che registravano trend economici molto simili ai primi nel periodo pre-euro. Gli effetti sulla prosperità sono stati calcolati sommando i dati pro capite di ogni anno e moltiplicati per il tasso di consumo medio nazionale di ciascun paese nel periodo antecedente l’introduzione dell’euro.

In particolare, l’Italia è stata messa a confronto con la Gran Bretagna (con un peso del 63,2%), Australia (31%), Israele (3,8%) e Giappone (2%); la Germania, invece, con la Gran Bretagna, il Giappone e il Bahrain.

Come accennato in precedenza, il risultato per l’Italia sembra essere disastroso: “In nessun altro paese tra quelli esaminati l’euro ha causato simili perdite di prosperità”, scrivono Alessandro Gasparotti e Matthias Kulas, firmatari del report.

Possiamo allora concludere che l’adozione dell’euro abbia rappresentato per la Penisola solamente una sciagura? Prima di rispondere, analizziamo due chiavi di lettura.

Innanzitutto, i ricercatori precisano che nello studio non si è tenuto conto di eventuali riforme operate dai paesi  analizzati in questo ventennio. Il PIL italiano ha ristagnato perché l’Italia non ha ancora trovato un modo per essere competitiva all’interno dell’Eurozona: prima dell’adozione dell’euro, il paese svalutava la propria moneta, cosa che non è più possibile fare con l’adozione di una moneta unica. D’altra parte, questo non significa che la soluzione sia il riacquisto della sovranità monetaria, bensì che sono necessarie riforme strutturali capaci di ridare competitività al paese, in quanto certamente non manchiamo né di mezzi finanziari né, soprattutto, di un brillante capitale umano. La Spagna è l’esempio lampante che queste riforme possano ribaltare il trend negativo.

Dopo il “mea culpa”, andrebbe specificato che forse, anche se in minima parte, non tutti i demeriti sono dell’Italia.

Per riprendere il pensiero dell’economista Savona, il progetto comune europeo è stato probabilmente fatto nei modi e nei tempi sbagliati. Infatti, se da un lato l’Italia non è stata in grado di affrontare le sfide del futuro e di mantenere la sua competitività in Europa e nel mondo, dall’altro è anche vero che un disallineamento tra politiche monetarie e politiche fiscali non può di certo aiutare.