Il mondo classico come faro per l’Europa

Quali radici possono ridar slancio all’Europa e alla sua Unione di Stati e di Popoli? Quelle giudaico-cristiane, le radici della ‘’GerusAtene’’, quelle semplicemente cristiane, oppure quelle della Grecia classica.

L’attuale sistema europeo poggia ancora su delle fragili basi per quanto riguarda il sistema culturale e le radici greche dovrebbero essere l’emblema a cui far riferimento per migliorare la società.
La civiltà romana, soprattutto in epoca imperiale, affonda le sue radici nel mito dell’Iliade e dell’Odissea. L’Eneide, opera autocelebrativa della dinastia Giulio Claudia, si pone come scopo quello di far sì che ci sia da una parte una discendenza Divina, ma al contempo anche una discendenza di tipo classico per quanto riguarda la famiglia imperiale. Si prendono per questo motivo le radici proprio dall’opera che sancisce la nascita della letteratura occidentale, quella che raccoglie i racconti della guerra di Troia.

Il riferimento al mondo ellenico come base di una cultura europea avanzata lo troviamo anche nel Rinascimento con le opere d’arte di Raffaello Sanzio, la Scuola ateniese, con le opere di Michelangelo e successivamente del Bernini con un colonnato della Cattedrale di San Pietro che vuole proprio ricordare il mondo greco-romano. Ogni fase della storia europea che ha voluto dar vita a una nuova epoca ha sempre implicitamente ricercato il riferimento alla cultura classica greca: si ricordino solo il monumentalismo di città come Washington, che molto ha attinto dal classicismo, o la ricerca dei luoghi dove si era svolta la guerra di Troia durante il Secondo Reich da parte Heinrich Schliemann.

Eppure quella ricerca del mondo classico greco non è avvenuta con la nascita dell’Unione europea, anzi il riferimento a tali canoni culturali e sociali è stato sfavorito per guardare ad una cultura anglosassone ben poco connessa con quella europea. Vero è che l’Unione Europea vede l’appartenenza di due blocchi: quello “classico”, da riferirsi agli Stati più protesi verso il Mediterraneo (Italia, Grecia, Francia, Spagna, Portogallo) e quello “celtico” al quale possono richiamarsi gli stati a nord delle Alpi (Belgio, Olanda, Germania, Regno Unito, Irlanda, Svezia). Tentativi di fondere le due culture ci sono stati, come la rivoluzione culturale interna all’ideologia del Pangermanismo, tuttavia questi si sono sempre scontrati con la realtà di alcune differenze intrinseche e insanabili.

Resta, però, il fatto che se le popolazioni legate alla cultura classica mai – o solo in rarissimi casi – hanno cercato di attingere dalla cultura celtica, quelle celtiche hanno sempre cercato un riferimento che le collegasse al mondo classico, segnando così un pedigree superiore della civiltà greco-romana su quella celtica.
La visione greca della società, inoltre, trova le sue basi anche nella società attuale: basti pensare al principio della cittadinanza che porta la maggior parte degli italiani a non essere favorevoli al concetto di ius soli, nei fatti riprendendo la visione di cittadinanza che era già presente nella democrazia per eccellenza – quella ateniese – che vedeva come “cittadini” un ristretto numero di persone. Altro esempio dal punto di vista sociopolitico riguarda la visione della democrazia in quanto tale e la naturale esigenza da parte del singolo di delegare il potere. Se da una parte abbiamo un modello democratico, dall’altra abbiamo la continua condizione dell’uomo di cercare “l’uomo forte” che gestisce la cosa pubblica.

Riemergono con forza le figure di Agamennone, di Minosse, ma anche la figura di Dionigi I di Siracusa. Quest’ultimo lascia a tutti noi l’importante racconto riportato da Cicerone nel Tusculanae disputationes, che spiega l’insicurezza e le responsabilità derivanti dall’assunzione di un grande potere.

L’Europa deve dunque decidere che cosa vuole diventare. Vuole essere, anche sul piano culturale, una costola della tradizione anglosassone e americana – tra l’altro entrambe esterne all’Unione Europea – oppure vuole rappresentare una forma di continuità politica ma discontinuità culturale con Stati Uniti e Regno Unito? Perché solo in questa seconda via l’Europa può credibilmente occupare di nuovo il ruolo di Stella Polare della cultura mondiale. L’appiattimento porterebbe un continente già in crisi a perdere l’unico piedistallo che gli consente di sopravvivere.