Non sarai mai come Jean-Marie. Ecco cosa manca a Marine Le Pen

La sconfitta di Marine Le Pen e del suo Front National appare ormai chiara; ora, in seno al partito, bisognerà ragionare su una doppia strategia, una tesa alle elezioni legislative del prossimo giugno e una tesa al futuro più remoto.

Infatti è altissimo il rischio che il Front National sprofondi come accadde dopo il 2002, quando Jean-Marie Le Pen, padre di Marine, perse al ballottaggio contro Jacques Chirac, trascinando poi il partito sotto il muro del 10% alle elezioni legislative del 2007 ed europee sia del 2004 che del 2009.

Proprio nel rapporto padre-figlia, nelle differenze e nelle similitudini tra i due, sta il successo e l’insuccesso del Front National. Sia Jean-Marie che Marine sono due grandi trascinatori, questo è indiscutibile: Le Pen senior fondò il partito nel 1972 e dopo una serie di elezioni profondamente deludenti, giunse allo straordinario successo delle legislative del 1986, quando il Front National raggiunse il primo storico accesso al parlamento con ben 35 deputati, forte del 9,7% su base nazionale.

Quella di Jean-Marie, tuttavia, era una retorica incapace di raccogliere il favore della più ampia frangia elettorale francese, quella dei gollisti, che vedevano in Le Pen padre una deriva troppo drastica verso destra, preferendogli candidati sempre più centristi (non fu un caso che il ballottaggio Chirac-Le Pen terminò con uno schiacciante 83-17%).

Da questo punto di vista, Marine Le Pen è stata più diplomatica e il fatto di aver praticamente raddoppiato i consensi del padre certifica che la sua politica è tesa ad accogliere al suo interno nuove frange, tra cui sia i gollisti che i socialisti (che non vanno confusi con i socialdemocratici del Partito Socialista di HamonHollande). Non è un caso, infatti, che in vista del ballottaggio una buona fetta (pur minoritaria) di elettori di FillonMélenchon abbia dichiarato di preferire la Le Pen a Macron, consentendo così di arginare la sconfitta.

Ma il processo di crescita politica del Front National, che anche a giugno rischia di confermarsi come primo partito di Francia, parte sin dall’inizio della presidenza Le Pen. Dominique Venner, storico e saggista francese, intuì già nel 2012 che il Front National avrebbe fatto strada: “Con Marine Le Pen, il Front ha cambiato fisionomia. Ha perso l’immagine ringhiosa e aggressiva che era la sua per mostrarsi “moderno” sulle questioni della società e fermo sulle questini dell’immigrazione…Il Front National è ridiventato il grande contenitore identitario dei francesi, spesso molto giovani che rifiutano l’immigrazione”.

Ma proprio in queste parole, in quella perdita dell’immagine “ringhiosa e aggressiva” sta la chiave della mancata elezione alla presidenza di Marine Le Pen. Non tanto per il dibattito con Macron, perso più (forse) per inesperienza che per mancanza di carattere, tanto che lo stesso Jean-Marie si è lasciato scappare che “Non è stata all’altezza“, quanto piuttosto l’aver lanciato il sasso, salvo poi nascondere la mano, della Frexit, ossia l’uscita della Francia dall’Euro e dall’Unione Europea.

Sempre Venner, sempre 5 anni fa, intuì perfettamente cosa ai movimenti populisti sarebbe mancato: “La malattia infantile del populismo può essere diagnosticata come un misconoscimento drammatico della realtà europea e una tentazione di ripiego retrogrado, nel vecchio quadro apparentemente rassicurante delle vecchie nazioni uscite dalla Storia“.

Certo è che sono in molti a non voler più vedere quest’Europa burocratica e dall’economia oligarchica, ma se non si vuole essere “schiavi” o degli Stati Uniti o della Russia, ma ci si vuole proporre come un “terzo polo” capace di mantenere l’equilibrio (decisamente necessario in questi anni) non bisogna smantellare l’Europa, ma bisogna anzi ricostruirla, partendo anche dalle proposte populiste che sono, comunque, la risposta ai bisogni di una larga parte di popolazione europea.

Ed ecco, dunque, che anche Marine si è “condannata”, pur avendo il grande merito storico di aver portato il Front National ad occupare stabilmente il posto dei grandi partiti. Terminata questa campagna cosa farà: continuerà a lottare oppure cederà definitivamente il passo? Nel caso della seconda ipotesi, il Front avrebbe già in casa una novella Giovanna d’Arco in salsa populista: Marion Maréchal-Le Pen, nipote di Marine e attualmente consigliere regionale in Provenza.

Alle elezioni di due anni fa fu sconfitta di un soffio (41,2% al primo turno, 45,2% al ballottaggio); forte della sua giovane età (28 anni appena) e del grande appoggio anzitutto del suo elettorato, Marion vola anche nei social, dove ha già la metà dei “likes” di Marine. Doverosa nota a margine: sin dall’inizio della sua attività, Marion fa della cultura e dell’identità francese i suoi punti di forza. Quanti della destra e dei populisti italiani ed europei possono dire di fare lo stesso?

Riccardo Ficara