La delicata situazione dei sovranisti in Olanda

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Il 2017 sarà, quantomeno a livello elettorale per i sovranisti, un anno cruciale per i destini dell’Europa e dell’Unione Europea. Si terranno infatti diverse competizioni elettorali, tra cui quelle francese e tedesca, dove Marine Le PenFauke Petry aspirano a giocare un ruolo di primo piano.

Ma, tra i leader che hanno partecipato al raduno di Coblenza, uno in particolare è stato costantemente avvicinato dalle due candidate e da Matteo Salvini: si tratta di Geert Wilders, candidato alla presidenza del Regno dei Paesi Bassi.

Quella di Wilders è una battaglia che inizia ben prima della fondazione del suo Partito per la Libertà (PVV). Bisogna risalire addirittura al 2002, quando Pym Fortuyn, uomo politico gay fondatore della lista omonima, basata sul nazionalismo e sull’antislamismo, viene assassinato da un attivista dei movimenti ambientalisti. Trattandosi del primo uomo politico ucciso in tempi di pace in Olanda, il fatto destò grande scalpore.

Wilders ha avuto l’abilità e il coraggio di raccogliere un’eredità pesantissima come quella di Fortuyn, un personaggio comunque ambiguo poiché ritenuto di estrema destra da esponenti di sinistra e paradossalmente considerato riformista da parte dei conservatori. Si riconosceva, comunque, una certa fatica a destra nel fare politica attiva dopo quell’omicidio.

La svolta avviene nel 2004, quando Wilders decide di abbandonare il Partito Popolare (VVD) poiché in disaccordo con il parere favorevole a un ingresso della Turchia nell’Unione Europea; da quel momento il cammino del PVV si è contraddistinto per dei successi sempre più grandi.

Nel 2006 giunse al 5,9%, triplicando poi i consensi alle elezioni europee del 2009, in cui il PVV ha toccato addirittura il 17%. La prima esperienza di governo arriva l’anno successivo, quando il governo di centrodestra di Mark Rutte necessita del sostegno del PVV per proseguire il suo operato.

Tuttavia non è stato assolutamente facile conciliare le posizioni, soprattutto riguardo l’immigrazione e le politiche comunitarie, dei due partiti: nel 2012, il PVV ritira il sostegno a Rutte, mandando il paese a nuove elezioni, che però vengono vinte dal presidente uscente. Ridimensionati i consensi (10,1% nel 2012, 13,3% alle Europee 2014), negli ultimi 3 anni il PVV, complici i fatti che hanno “sconvolto” il mondo, ha portato avanti una rimonta incredibile.

Stando al sondaggio Ipsos del 22 gennaio, PVV e VVD sono appaiati col 17,9% dei consensi, seguiti a debita distanza dai partiti D66 (liberal democratici, 11,9%) e CDA (centrodestra conservatore, 11,6%). Quella tra Wilders e Rutte si preannuncia quindi una sfida senza esclusione di colpi: da una parte il sostenitore della Nexit, ossia l’uscita dei Paesi Bassi dall’Unione Europea, che punta forte su alcune leggi anti-islamiche, come il divieto di costruire ulteriori moschee o la tassazione del velo; dall’altra un liberale filo-UE, che non intende perdere la presidenza che conserva da ben 7 anni.

Ma Wilders può davvero vincere questa tornata elettorale? Sì, potrebbe. Il condizionale è d’obbligo, dal momento che con una percentuale di voto così bassa (per dire, sotto al 20% in Italia è considerabile quasi un fallimento per un partito che aspira alla vittoria) è impossibile non pensare a giochi di alleanze per formare il governo. Sarebbe comunque certamente una vittoria aggiudicarsi la palma di primo partito nazionale, il che darebbe un chiaro segnale, una prova di forza importantissima per chi, come Le Pen e Petry, dalla finestra aspetta solo questo risultato. Il 15 marzo sapremo se l’establishment europeista dovrà subire un altro duro colpo o se riuscirà a sopravvivere allo tsunami-Wilders.

Riccardo Ficara