L’Italia non può ormai che essere considerata il paese emblema del paradosso: un territorio geograficamente piccolo, ma con un posto sempre tra i grandi, capace di sfornare talenti e menti brillanti, ma così ingenua da lasciarseli scappare. Un’economia sempre in grado di cavarsela, pur se con notevoli difficoltà, eppure capace di far registrare il tasso di crescita più basso da circa un quarto di secolo. E dopo la crisi del 2008 fioccano analisi e prospettive sul paese da parte di un elevatissimo numero di esperti, tra cui l’attuale Ministro per gli affari europei Paolo Savona.

E sicuramente il Ministro non ha affrontato l’argomento in maniera delicata e con tanti giri di parole.

Savona paragona infatti la situazione odierna dell’Unione Europea a trazione tedesca all’attuazione del “Piano Funk” del 1940, secondo il quale l’obiettivo dell’allora Germania nazista era far convergere le altre nazioni verso il marco tedesco, ricorrendo anche alla forza militare, e di assoggettare la nuova forza lavoro specializzata al progetto di leadership della nazione.

Per questo Savona ammonisce l’Italia: «La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l’idea di imporla militarmente. Per tre volte l’Italia ha subito il fascino della cultura tedesca che ha condizionato la sua storia, non solo economica, con la Triplice alleanza del 1882, il Patto d’acciaio del 1939 e l’Unione europea del 1992. È pur vero che ogni volta fu una nostra scelta. Possibile che non impariamo mai dagli errori?».

A ben vedere, in effetti, la situazione attuale si avvicina molto a quella appena descritta: con la creazione dell’Unione Europea, i paesi aderenti hanno adottato la moneta unica, che se da un lato pone indubbi vantaggi in termini di stabilità dei prezzi, di crescita e di eliminazione del rischio di cambio, dall’altro ha accentuato enormemente le differenze che erano già presenti tra i vari paesi.

Avendo adottato l’euro, il tasso di cambio nominale tra i vari paesi dell’Eurozona è di 1:1. Il tutto va però analizzato più approfonditamente. Gli indici armonizzati di competitività, redatti dalla Commissione Europea, dimostrano infatti che il tasso di cambio reale tedesco è sceso di quasi il 20% nel periodo che va dal 1999 al 2011. Questa “svalutazione implicita” è dovuta dai bassi incrementi salariali, con conseguente debole inflazione e compressione della domanda interna. Tutto ciò rende, in termini di prezzo, l’export tedesco estremamente competitivo e infatti basta dare un’occhiata al surplus commerciale  per capirlo: oltre 20,3 miliardi a maggio 2018.

Situazione ovviamente opposta per i paesi più deboli dell’Euro, tra cui per l’appunto l’Italia.

Che cosa andrebbe allora fatto per cambiare le cose? Innanzitutto l’onere dell’aggiustamento di questi squilibri dovrebbe partire proprio dai paesi strutturalmente in surplus, stimolando la domanda interna che si riverserà in parte sulla domanda di importazioni dall’estero, sostenendo quindi la domanda globale di beni e servizi e l’export degli altri paesi. Questi ultimi dovranno invece cambiare alcune cose in casa propria. Prendiamo l’Italia, i cui maggiori problemi sono già noti: evasione fiscale, corruzione, inefficienza burocratica. Tutto ciò incide in maniera netta sull’aspetto economico del paese.

Se si vuole un paese nuovamente competitivo, la soluzione non sarà sicuramente quella di sfruttare flussi migratori incontrollati per trarne manodopera a basso costo, bensì quella di valorizzare al meglio il proprio capitale umano, di investire in ricerca e sviluppo, di fare riforme strutturali coraggiose che curino la malattia e non soltanto i sintomi. È anche vero che per fare ciò, oltre che a figure di spicco che sappiano assumersi responsabilità nell’affrontare queste sfide, sono necessari i capitali e la possibilità di utilizzarli. Al momento questo non sembra essere possibile, da un lato perché non si può ricorrere a strumenti di politica monetaria, ormai in mano soltanto alla BCE, dall’altro perché la politica fiscale è imbavagliata dai vincoli europei, per via del già alto debito pubblico italiano. E qui si capisce nuovamente la necessità di avere una figura  che sappia andare controcorrente, non per fare un torto agli altri paesi, ma per dimostrare che sia possibile raggiungere una soluzione che vada bene per tutti, guadagnandosi la fiducia delle istituzioni e dei mercati finanziari.

La situazione resta quindi ferma, ma va sbloccata prima che si raggiunga un punto di non ritorno. Lo stesso Savona non è contrario ad un progetto comune europeo, ma ritiene che quello attuale sia stato fatto nei modi e nei tempi sbagliati, portando esclusivamente vantaggi alla Germania e pochi altri, creando un’entità totalmente estranea a quello che dovrebbe nascere da un progetto comune.

Ora non ci resta che attendere i prossimi incontri importanti, tra tutti quello della stesura del Documento di Economia e Finanza che andrà presentato entro il 27 settembre, e vedere se l’attuale governo, inesperto e alle prime armi, sarà capace di farsi carico di sfide così importanti per il futuro del paese.