L’utero di Colombo

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Bisogna dare onestamente atto alle femministe di Se non ora quando di aver combinato un bel guaio con la loro pubblica dichiarazione di contrarietà all’utero in affitto. Un guaio nel senso che, così facendo, costoro hannocostretto molti favorevoli a questa pratica orrendamente oltraggiosa della dignità della donna ad uscire definitivamente allo scoperto con la loro imbarazzante povertà argomentativa. Si prenda, per esempio, il celebre giornalista Furio Colombo: interpellato da una lettrice non troppo perspicace su quali mai siano i motivi per disapprovare l’utero in affitto («Dov’è l’immoralità, qual è il reato?»), il Nostro – tradendo aspettative eccessive – non ha saputo far altro che rispolverare un repertorio già visto e rivisto.

Anzitutto Colombo, riproponendo una obiezione nota, condanna quella dell’«utero in affitto» come «definizione offensiva, oltre che impropria» (Il Fatto Quotidiano, 10.12.2015, p.10): meglio parlare di «maternità surrogata». Cura del linguaggio? Allergia alla terminologia «impropria»? Igiene lessicale? Solo apparentemente. La realtà è l’espressione «utero in affitto» disturba perché richiama con forza e senza ambiguità le dinamiche solo superficialmente filantropiche ma di fatto squisitamente commerciali: con la retorica dei “nuovi diritti” puoi avvolgere letteralmente di tutto – anche i nazisti, prima di commettere i loro crimini, agirono con la rassicurante legittimazione dei “nuovi diritti”: i loro – ma i soldi, e per l’utero in affitto ne corrono assai (miliardi di dollari nel mondo), svelano a chiunque il marcio.

A questo punto i sostenitori della cosiddetta «maternità surrogata» potrebbero ribattere che tale pratica è prima di tutto filantropica e solo in casi marginali schiavista, cosa non vera come mostra da un lato la provenienza geografica delle donne impegnate in questo mercato (spesso di Paesi poveri), e, dall’altro, la consistenza dei “rimborsi” destinati a coloro che per l’appunto affittano il proprio utero: mai una manciata di dollari, sempre molti di più. Troppi, per farsi prendere in giro credendo che l’utero in affitto non sia quel crimine che è. Torniamo però a Colombo, che a quanto detto aggiunge che «l’affermazione “avere figli non è un diritto” è crudele ma anche strana, in questa parte di una cultura e di un mondo che riconosce il diritto (inteso come legittima aspirazione) alla felicità».

Ora, anche senza fare gli avvocati d’ufficio di Se non ora quando è impossibile non osservare come, sempre che esista, il «diritto alla felicità» possa essere esercitato – per non tramutarsi in abuso – solo “con gli altri” e giammai “sugli altri”. Ebbene, anche se tutte le donne che affittano il loro utero fossero libere e felici di farlo (ipotizziamo l’assurdo), rimarrebbe comunque un fatto: il figlio. Il neonato che, con l’utero in affitto, viene allontanato dal ventre materno: i suoi diritti? Come non vedere che il «diritto alla felicità» di una coppia che ricorresse alla cosiddetta «maternità surrogata» implicherebbe, per essere garantito, la mancata garanzia di quello del figlio – che è molto di più di un altro soggetto, essendo a tutti gli effetti il soggetto più debole – a stare con la propria madre e a non essere trattato come merce?

Meraviglia, colpisce, addolora come tutto questo possa sfuggire a tanti. E’ quindi inutile ora esaminare criticamente cosa Colombo pensi del matrimonio fra persone dello stesso sesso o della stepchild adoptionatto di amore e di civiltà») perché se non siamo neppure più d’accordo sul fatto che un figlio sia qualcuno e non qualcosa, e che è terribilmente ipocrita da un lato battersi – come socialmente e istituzionalmente si sta tentando di fare – per conciliare maternità e lavoro e, dall’altro, permettere che la maternità diventi un lavoro, spogliando senza pietà la gravidanza della sua luminosità, della sua dolcezza e del suo mistero, se non siamo d’accordo su tutto ciò non c’è nulla da aggiungere ma solo parecchio su cui meditare: il dio denaro non si accontenta di comprarci l’anima, ora vorrebbe pure scipparci il residuo buon senso, l’ingordo.

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