Ecco perché Greta Thunberg può essere il motore delle nostre lotte, non la guida

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A prescindere dall’ideologia politica Greta può essere il vero motore delle nostre lotte. Non una guida. Perché se così fosse probabilmente saremmo già spacciati (e avrebbero ragione coloro che sostengono, magari con un fondo di verità, che la stessa corra il rischio – mossa dalle cause più nobili – di essere strumentalizzata da una certa parte politica).

Eppure sono milioni le persone che venerdì, in tutto il mondo, hanno deciso di scendere in piazza per manifestare e spingere, con la forza della protesta (pacifica) e dello sciopero, i governi del globo ad adottare politiche significative volte a tutela dell’ambiente.

L’hanno fatto decidendo, molti in completa autonomia di pensiero, di dar voce alle proteste di Greta Thunberg, orami simbolo degli attivisti per lo sviluppo sostenibile contro il cambiamento climatico.

Una ragazzina che, è innegabile, con le sue proteste (e un apparato mediatico non indifferente) è divenuta notiziabile su tutti i giornali del globo dopo aver parlato dinanzi ai potenti del mondo a Davos.

Un’opportunità, quest’ultima, che non capita tutti i giorni, occorre ricordarlo. E che forse nessuno di noi avrebbe mai. Nemmeno se un giorno decidessimo di prendere in mano un cartello e scioperare di fronte al Parlamento.

E proprio per questo, forse, non tutti sembrano aver gradito il simbolo, quasi iconico (e, magari senza troppo torto, strumentale) di Greta. Da Diego Fusaro a Marcello Veneziani, ecco che di Greta oggi altro non sembra che rimanere il fatto di come sia stata messa lì da chissà chi. Magari da chi il danno, in fin dei conti, l’ha pure causato. E dunque ha tutti i mezzi a disposizione per poter far credere che il conto da pagare ora sia unicamente nostro.

Ma, tralasciando eventuali strumentalizzazioni di parte, il messaggio che Greta ha voluto lanciare non è forse il vero tema centrale? Forse dovremmo smetterla di soffermarci su chi sia e da dove provenga Greta e guardare a ciò che ha voluto dirci. Slogan o meno. Ideologie politiche a parte.

Veneziani, in un suo articolo, scrive “salvate l’uomo, non solo la terra”, sulle false righe, in termini di concetto, di ciò che scriveva in questi giorni anche il filosofo Diego Fusaro.

Certo, “salvare la natura, la terra, il futuro è un progetto più grande che comprende anche l’uomo, la sua natura e la sua cultura, il suo corpo, la sua mente”. Assolutamente vero.

Quello che andrebbe però ribadito, in merito a tutta questa vicenda di Greta (la brutta e cattiva Greta “da film horror” che qualcuno “metterebbe sotto con la macchina”), è che comunque l’occasione – chiamiamola così, per una volta, e tralasciamo le logiche del puro marketing che la smuove – possa servire (ma ne dubitiamo, poiché si sa, le rivoluzioni nel nostro Paese durano il tempo di un titolo su un giornale) a portare un nuovo barlume di speranza su tutti quei temi sopra citati.

E se come pretesto – che poi non lo è, parliamoci chiaro – serve quello di cominciare a muoversi per salvare la Terra (ovviamente la truffa semantica vuole che si dica così, ma è risaputo che la terra non morirà), beh allora ben venga: con tutto ciò che esso implica.

Poi, magari, verrà tutto il resto. E forse, per una volta, smuovere le coscienze individuali non sarà stato un atto unicamente strumentale o di legittimazione politica, ma un atto necessario. Magari, (la speranza dopotutto si sa, è l’ultima a morire), starà ai singoli individui capire che il problema, ovviamente, sta altrove: in quel capitalismo e consumismo sfrenato che, dopo averci portato allo stato attuale, ora cerca di farsi bello.

Come se il problema fosse solo nostro e non “suo”, del sistema. Quel sistema che, paradossalmente, continuiamo ad alimentare ormai pervasi dai modelli e dalle logiche che fin dalla nascita ci vengono (quelle sì) imposte.

Che ci vedono consumatori prim’ancora che semplici esseri umani. Consumatori di prodotti e sentimenti, consumatori mediali, di quella cultura usa e getta – che l’industria culturale vuol farci passare come tale grazie ai nuovi strumenti di comunicazione di massa – che in realtà ci sta logorando.

Prenderne coscienza, forse, vuol dire tutto questo. Senza soffermarsi necessariamente sulle logiche, oggi anacronistiche, di destra e sinistra. E se serve una ragazzina per poter arrivare a pensare a tutto ciò, beh allora che così sia. Ma che sia il motore, non la guida.

di Giuseppe Papalia

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Informazioni su Giuseppe Papalia 169 Articoli
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caporedattore della testata giornalistica Secolo Trentino dove si occupa di politica e società. Ha svolto un periodo di stage presso il quotidiano "L'Arena" di Verona all'interno della redazione sport e cultura e collaborato con alcuni giornali locali. E' laureato in comunicazione con una tesi in sociologia della comunicazione, dal titolo: "la comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". E' laureando alla specialistica in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche e gestione dell'immagine con una tesi in storia delle dottrine politiche sulla comunicazione e la comunicabilità: "come i mass-media hanno cambiato la politica e la società. Ricordando Pasolini e il suo pensiero"