IL TEMPO DEI FORCONI

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Rilevazioni e sondaggi effettuati parlano chiaro: i cosiddetti forconi non necessariamente rappresentano – per categoria lavorativa, ceto e numero – la gran parte della gente, ma la gran parte della gente si sente rappresentata da loro e li appoggia. Possiamo cioè criticare le modalità di protesta intraprese, dubitare della presenza di vere proposte e pure scommettere anche sull’inutilità, alla fine, dell’intera mobilitazione, ma non possiamo minimizzare addebitando a piccoli gruppi estremisti, magari agitando lo spauracchio fascista – accusa sempre buona, quella di fascismo, quando s’intende troncare un discorso -, l’origine di quel che sta accadendo in questi giorni.

Intelligenza e buon senso esigono da noi un’analisi più accurata, e dinnanzi alla convinta approvazione degli italiani a questa protesta – dal 60 fino all’80%, a seconda delle fonti – non ci è concesso di minimizzare. Una protesta così intensa, radicale e idealmente sostenuta dalla gran parte del Paese non la si vedeva, sempre che dei precedenti paragonabili vi siano, da parecchi anni. Per questo è opportuna una valutazione che, per esempio, ipotizzi come fra i cittadini che oggi tifano per i forconi, quelli che l’8 dicembre hanno votato per Matteo Renzi e quelli che alle ultime elezioni hanno accordato la loro preferenza al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo o non si sono recati alle urne vi possa essere, in non pochi casi, perfetta sovrapponibilità.

L’ipotesi a mio avviso più convincete e lineare è quindi che in Italia vi sia – trasversale e apartitica ma al tempo stesso molto politica, interessata cioè a farsi sentire – una larga maggioranza di cittadini che, sfiduciata e stremata dalla crisi, desidera cambiamento. Non importa più come, non conta più con chi e neppure a che prezzo: cambiamento. Un cambiamento immediato e radicale che possiamo, senza eccedere in sintesi, esprimere agevolmente in quattro parole: meno tasse, più lavoro. La legge elettorale, per chi non sbarca il lunario, non è certo priorità assoluta. E la stessa rabbia contro la cosiddetta casta e la correlata richiesta di riduzione dei privilegi, in realtà, altro non è che il più diretto tentativo di esercitare pressione sulla classe politica affinché agisca. Provate ad impoverirvi come noi – è il messaggio – e vedrete come sarete celeri nel lavorare e nell’assumere decisioni.

Perché la citata voglia di cambiamento, evoluta da speranza e minacciosa richiesta, non può trovare risposta alcuna se il Parlamento non si affretta a varare provvedimenti di taglio della spesa che consentano allo scenario sperato e ricordato – meno tasse, più lavoro – di materializzarsi. Gli sprechi a cui metter mano, del resto, non mancano. E col superamento degli sprechi sarà anche necessario, per la politica, arrivare purtroppo a deludere le aspettative di alcune categorie. Non, ovviamente, per il gusto di generare malcontento o di danneggiare qualcuno, ma per un fatto che dovrebbe essere già chiaro: una classe politica che, per paura di perdere alcuni consensi, se ne sta immobile lasciando che la crisi economica continui, non solo non preserva quei consensi, ma li perde tutti. Di qui il sorprendente e innegabile successo di cui godono, oggi, i movimenti di protesta. Successo al quale la politica, ormai, può rispondere in un unico modo: col coraggio di decidere.

Giuliano Guzzo

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