La carica dei settecento cani (clonati)

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La pecora Dolly ci ha lasciati da oltre dodici anni ma la pratica della clonazione no, quella è più viva che mai. Lo dimostra l’attività della Sooam Biotech Research Foundation, clinica coreana attiva dal 2006 con sede a Seul che – a quanto pare – ha già clonato qualcosa come settecento cani. I clienti dell’azienda sono in gran parte persone che hanno subito di recente la perdita dei propri amati cani oppure che, per arginare il dolore di un addio, desiderano riprodurne particolari abilità e caratteristiche. La tendenza è talmente crescente che, per facilitare il procedimento di clonazione, la Sooam Biotech Research Foundation invita già i potenziali clienti ad avvolgere immediatamente il corpo dell’animale defunto con degli asciugamani bagnati, conservarlo in frigo e chiedere, entro cinque giorni, ad un veterinario di estrarne le cellule.

Ci sono insomma tutti gli elementi per immaginare la clonazione canina, nel futuro, sempre più diffusa. Il che non può non suscitare alcuni spunti di riflessione critica che, per brevità, si possono articolare in tre passaggi. Il primo aspetto sul quale vale la pena soffermarsi è che, benché non se ne parli molti, la clonazione non solo non è un progetto abbandonato, ma – a quanto pare – in continua espansione; e se le cose stanno così l’inquietante prospettiva della clonazione umana si profila all’orizzonte come uno scenario più che verosimile. Un altro spunto di riflessione utile riguarda la ragione per cui la clonazione viene promossa dalla Sooam Biotech Research Foundation, che è prevalentemente affettiva: «Ci sono diversi motivi per cui noi offriamo questo servizio – confermano infatti i responsabili della clinica coreana – quello principale è che possiamo rendere qualcuno molto felice».

Sono parole alle quali vale la pena prestare attenzione perché molto probabilmente saranno le stesse – se ci si arriverà – che si utilizzeranno per legittimare la clonazione umana, che verrà promossa non già come un abuso della tecnologia, non come l’ultima frontiera battuta di un essere umano convinto di essere Dio, bensì come un modo fantastico per dribblare la morte ed avere ancora con sé, per sempre, una moglie, un marito, un figlio, un fratello. Prepariamoci allora perché, come quella per l’inferno, anche la via per la clonazione – sempre che ci sia differenza – sarà lastricata di buone intenzioni. Un terzo elemento di riflessione è la dimensione del tutto illusoria riguardante la clonazione di un cane (o di una persona, se mai accadrà) al quale si era molto legati come estremo rimedio ad una perdita altrimenti definitiva. Checché se ne dica, infatti, nessuna clonazione potrà mai riportare indietro le lancette del tempo.

Questo significa cioè che anche se si fosse in grado di “fotocopiare” la persona amata – scenario da non escludere, visto l’andazzo – ciò giammai consentirà, a meno che non venga scoperto pure il filtro magico dell’eterna giovinezza, di ripetere le esperienze vissute, che rimarranno parte di un passato già trascorso e che non potrà in nessun caso tornare indietro. Ecco che allora la clonazione, più che antidoto alla morte, si rivelerà il suo contrario divenendo un antidoto alla vita, uno ostacolo cioè alla consapevolezza che ogni singolo momento che ci è dato vivere non solo è unico, ma è destinato a restarlo. E’ importante tenerlo a mente perché, lo si ripete, la clonazione umana, nel caso ci si arrivasse, non verrà presentata come orrore ma – ingannevolmente – come miracolo. Anche se il vero miracolo rimarrà uno ed uno soltanto, ossia il riuscire ad assaporare ogni istante dell’esistenza senza l’illusione di fermarlo o di poterlo ripetere ma con la gioia di chi sa coglierne tutta la bellezza.

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