LA LEGGENDA NERA SULLA “LEGGE ANTIGAY”

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In queste settimane non si parla d’altro che della nuova normativa russa, sbrigativamente definita “legge antigay”. Dichiarazioni, sguardi e persino segni d’affetto fra gli atleti in gara ai Mondiali di Mosca vengono puntualmente tradotti – anche a costo di prendere colossali cantonate, come il bacio lesbo fra Firova e Ryzhova, inventato di sana pianta dai media occidentali – come assensi o proteste a questa legge: tutto, insomma, ruota attorno a lei. E tutti, pena le accuse più infamanti, debbono opporvisi. A prescindere. La domanda che adesso sorge spontanea quindi è: ma quanti fra coloro che la avversano e criticano come liberticida hanno effettivamente presente il testo della famigerata “legge antigay”?  Immaginiamo non tutti, anzi pochi, pochissimi. Potremmo anche dire, senza esagerare, praticamente nessuno.

Diversamente non si spiegherebbe tanto clamore per il comma 21 art. 6 della Legge 30 giugno 2013 del Codice Federale sulle Contravvenzioni Amministrative, il quale, semplicemente, vieta la propaganda, rivolta a minorenni, di «relazioni sessuali non tradizionali», pena non già chissà quali persecuzioni bensì un’ammenda massima di cinquemila rubli (114 euro). Legge giusta o sbagliata? Possiamo ovviamente discuterne. Solo, sorprende che buona parte di coloro che si stracciano le vesti per una multa di 114 euro per chi fa propaganda ai minori, abbiano a cuore che in Italia passi la legge sull’omofobia, che prevede per quanti (parlando con minori o meno, senza distinzioni) si rivelano interpreti  – recita il testo del ddl – di «idee fondate sulla superiorità» (quali sarebbero queste «idee», furbescamente, viene taciuto), il rischio di una «reclusione fino a un anno e sei mesi» (art. 2, comma 1, lettera a). Insomma: o la libertà di espressione è sempre sacra o non lo è. O siamo davvero liberali oppure no.Tertium non datur.

Giuliano Guzzo

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