L’urgenza di parole proibite

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Nel leggere l’intervento del responsabile HuffPost Queer Voices, che – a commento dalle polemiche per la pubblicazione della Guida al sesso anale su Teen Vogue – ha sostenuto che «tutti i teenager, Lgbtq e non, dovrebbero essere informati sul sesso anale», mi sono chiesto: come rispondere? Non tanto a costui, evidentemente, dal momento dubito esistano argomenti convincenti per chi arriva quasi a tessere l’apologia di prenderlo in quel posto, bensì a una cultura tanto disorientata e orfana di valori quale la nostra, giorno dopo giorno, si dimostra di essere. Come replicare, dunque, a tanto vuoto?

La sola risposta che sono arrivato a darmi, in realtà, è piuttosto elementare: si tratta di tornare a educare. Per farlo è tuttavia necessario, prima, ricuperare quegli strumenti formativi indispensabili che, ultimamente, suonano più anacronistici che mai. Mi riferisco a quelle parole oggi sconvenienti, declassate quasi a parolacce, al punto che gli stessi educatori vintage le maneggiano timorosi: «fedeltà», «indissolubilità», «onore», «dignità», «purezza», «responsabilità», «castità», «sacrificio», «pudore», «dono». Tutti termini – ma pure princìpii – che secondo me dobbiamo tornare urgentemente a spolverare. Con coraggio, chiaramente.

Ma anche con la convinzione che, se da una parte agli esaltatori del sesso anale dette parole sortiranno probabilmente poco effetto, dall’altra faranno comunque un gran bene a quella parte di società – che è la grandissima parte – la quale, pur avvertendo il fetore dilagante, tentenna non sapendo come cavarsela e da dove ricominciare. E non si rende conto che il primo passo per sovvertire il regno del politicamente corretto e arrestare un surreale ma quotidiano processo di degrado, sta proprio in questo: nel convinto ricupero delle parolacce. Meglio difatti sembrare fuori dal mondo per certi valori, che andare fuori di testa per averli persi.