UNIONI CIVILI?…. UN’IDEA SOVIETICA

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Per favore, qualcuno lo dica a Matteo Renzi e a tutti coloro che sostengono la proposta delle unioni civili: l’idea di un riconoscimento delle coppie di fatto quali non solo non è nuova, è perfino novecentesca. Sovietica, per la precisione. Ma andiamo con ordine ricordando che la giovane Urss si mostrò tempestiva, come meglio non poteva, nel lavorare contro la famiglia: il 19 ed il 20 dicembre 1917 – subito dopo la mitica Rivoluzione, dunque – furono varati due provvedimenti che oggi verrebbero annoverati nel gioioso insieme dei “nuovi diritti”: il primo, sul divorzio, stabiliva che bastasse la richiesta di uno solo dei coniugi per ottenerlo, mentre il secondo decretò la sostituzione del vetusto matrimonio religioso con quello civile. Laicità al potere, insomma.

Ma il definitivo progresso, si fa per dire, arrivò solo dieci anni dopo, nel gennaio 1927, con l’entrata in vigore del Codice del 1926. Detto insieme di norme, con gli articoli 3 ed 11, stabilì la parificazione tra il matrimonio registrato e quello de facto; non più odiose discriminazioni quindi, ma diritti per tutti. Ebbene, il “paradiso terrestre” non tardò a materializzarsi: il tasso di natalità calò a picco, gli aborti (resi per la prima volta legali nel 1920: altro primato “civile” sovietico) superarono le nascite, divorzi alle stelle. Tanto che nel settembre del ’35 si arrivò, per tentare di fermare il disastro, ad abolire quelle che oggi chiamiamo unioni civili e a rendere più difficile il divorzio. Quando dunque ascoltiamo che l’Italia, sul piano dei diritti, sarebbe in ritardo sull’Europa, teniamo a mente che non è vero: è l’Europa, purtroppo, ad essere in ritardo sull’Urss.

Giuliano Guzzo

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