TABLET DI CARTONE: MIGRANTI DEL TERZO MILLENNIO

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“All’estero è tutta un’altra cosa”. Quante volte si è sentita questa frase, magari rivolta verso dei giovani neo-diplomati o neo-laureati?

E di sicuro deve aver avuto presa questo discorso, dato che tra 2008 e 2013 (ma si presume anche nel 2014) i giovani che hanno lasciato l’Italia per cercare un lavoro all’estero sono 150 mila secondo l’Istat. Numero ampiamente sottostimato, dato che gli italiani che hanno ottenuto il NIN (“National Insurance Number”, un codice fiscale necessario per lavorare in Gran Bretagna) sono quattro volte più di quelli che per ufficialmente hanno lasciato l’Italia per trasferirsi Oltremanica.

Decisioni che stanno influenzando anche i liceali. A Rimini, l’associazione Pensare Politico ha incontrato 150 ragazzi delle classi quarte delle superiori e alla domanda “chi vorrebbe emigrare dopo la laurea?” un terzo dell’aula ha alzato la mano.

Il dato, in realtà, non sarebbe preoccupante, se si trattasse dell’emigrazione “temporanea” di giovani, succede in quasi tutto il mondo. Una sorta di novello “Gran Tour” di seicentesca memoria, una serie di viaggi all’estero per acquisire esperienze da poi riportare in patria. Ma dei migranti italiani, solo il 9% torna in Italia. E, al contempo, solo il 4% degli studenti immatricolati nelle nostre università è composto da stranieri, complice la mancanza di competitività dei nostri atenei: il monitoraggio QS, che ogni anno stila una classifica attendibile delle università piazza come prima italiana Bologna al 182° posto. E si tratta dell’unica italiana nelle prime 200 del mondo.

Se dunque è comprensibile che le nostre università non abbiano appeal per uno straniero, è altrettanto palese perché un giovane italiano sia spinto ad accettare un lavoro all’estero rispetto ad uno in Italia: basta fare una piccola indagine. Una multinazionale, per un laureato di prima fascia in ingegneria, offre uno stage lavorativo di 6 mesi in Italia a 1.000€ al mese. La stessa multinazionale offre, in Francia, un contratto con assunzione immediata a tempo indeterminato a 2.400€ al mese mediante concorso. Qualora questo giovane dovesse vincere il concorso, sarebbe “folle” a non accettare.

Il problema del sistema Italia non è tanto la “mancanza” di lavoro, ma l’impossibilità di reggere il confronto con le occasioni offerte da altri stati.

Tra questi stati risultano stati europei (il 64% del totale delle mete di migrazione), tra cui Gran Bretagna, Germania, Svizzera, Francia. Altre mete gettonate sono l’Asia e il Nord America (specialmente Cina, Stati Uniti e Canada). Una forte presenza si attesta però in Australia: infatti nel Paese dei canguri si trovano oggi 15.000 giovani sotto ai trent’anni.

La particolarità di questi ragazzi, ufficialmente in Vacanza Lavoro, sotto un “visto temporaneo”, si trova nella loro condizione lavorativa: Mariangela Stagnitti, presidente del Comitato italiani all’estero di Brisbane comunica che sono giunte dalle “farm” circa 250 segnalazioni di italiani in un anno. Tra queste, una denuncia di due ragazze, impiegate in un’azienda agricola produttrice di cipolle, che obbligava le due ragazze a lavorare dalle 19 alle 6 del giorno dopo, senza possibilità di accedere ai servizi igenici (“fate sul posto” avrebbero detto i datori di lavoro). Oppure il caso di un ragazzo, incaricato di pulire una grondaia, che è caduto dal tetto e il datore di lavoro si è rifiutato di riconoscere l’invalidità temporanea perché riteneva che il ragazzo avesse compiuto il gesto di proposito.

Nonostante questo, molti dei nostri ragazzi impiegati in Australia chiedono di poter rinnovare il visto per un secondo anno. Veramente queste condizioni sono meglio che cercare un lavoro in Italia? Su questo non è opportuno giudicare, ma bisogna porre la questione in un altro termine, economico, come sempre.

Gli emigrati italiani partiti dal 2008 al 2014 sono costati (alla voce “Istruzione”) allo Stato italiano circa 23 miliardi di euro. Il doppio di quanto basterebbe, per esempio, a stendere una rete internet ad alta velocità su tutto il Bel Paese. Un terzo del costo dell’intera rete ferroviaria ad alta velocità (e tutti conosciamo la situazione ferroviaria).

23 miliardi che non torneranno mai nelle casse italiane, perché non torneranno nemmeno gli italiani. Uno Stato che non punta sulla propria istruzione, sulla competitività, sui giovani, che si rivelano una risorsa preziosa al di fuori dai nostri confini, è uno stato che fallisce in partenza.

Un po’ come quelle squadre che per sottostare al “gallina vecchia fa buon brodo”, precipitano in crisi di rifondazione decennali, per poi magari affidarsi a degli stranieri.

Dalla valigia al tablet di cartone, insomma. Ragazzi italiani che, sfiduciati da un sistema politico e sociale che tende a tutelare “gli amici degli amici” e non chi, a merito, potrebbe veramente dare la svolta a questo Paese.

Di Riccardo Ficara

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