4 novembre: la pace non trovò nè oppressi nè stranieri

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…La pace non trovò nè oppressi nè stranieri.

Con questi versi si conclude La canzone del Piave, scritta da Ermete Giovanni Gaeta che si firmava E.A. Mario.

Il brano più amato da generazioni di italiani che lo imparavano a memoria a scuola, quando a scuola si insegnava ancora e quando la memoria era importante non solo come esercizio mentale.

A 100 anni dalla vittoria, il Piave non mormora più, non lotta insieme ai fanti, non sospinge oltre le amate sponde. Si è trasformato in un banale problema idrico, perfetto per questa nuova Italia dei buonisti, dove abbondano gli oppressi e gli stranieri e dove per pace si intendono stupri, violenze, rapine, omicidi, precarietà, mancanza di futuro.

Era molto diversa l’Italia di allora.

Sottovalutata dal mondo, unita da poco e con profondi risentimenti interni. Non che gli altri Paesi avessero tutti i torti ad avere poca considerazione nei confronti della Penisola, mera espressione geografica.

Il piccolo Regno di Sardegna aveva sempre ben combattuto, l’esercito italiano aveva combattuto malissimo nella Terza Guerra di Indipendenza e poi nelle battaglie in Africa. Evidenziando una drammatica carenza a livello di Alti comandi.

Dunque non ci si poteva stupire per la poca considerazione generale. Sia da parte dei nemici sia dagli alleati. Ma era ancora una guerra in cui i soldati contavano più della differenza tecnologica ed i soldati italiani stupirono il mondo, nonostante Caporetto, nonostante le solite carenze ai massimi vertici.

Poi, però, alla vittoria sul campo seguirono le trattative di pace e la sottovalutazione per i valori militari lasciò il posto al disprezzo per i politici italiani.

La pace mutilata, la grande truffa dei grandi e falsi principi di Wilson a proposito dell’autodeterminazione dei popoli che non valeva per le terre veneziane al di là del mare (come non valgono oggi per la Catalogna).

Il Piave non mormorava più di fronte allo squallore della delegazione italiana alle trattative. E forse mormorò disgustato di fronte ai bombardamenti italiani contro i legionari di Fiume, perché ce lo chiedeva l’Europa.

In fondo è giusto che a scuola non si insegni più la canzone della vittoria. Ed è giusto che De Gasperi non l’abbia voluta come inno nazionale (lo fu per due anni) come vendetta perché Gaeta si era rifiutato di comporre l’inno della Dc.

Questa Italietta non meritava un inno che celebrava il sacrificio per la vittoria.

Meglio festeggiare sconfitte, tradimenti, vendette, fughe, invasioni, delinquenti.

Meglio invitare a chinare il capo, questa è l’Italietta dei furbetti politicamente corretti e moralmente corrotti.

Fate tacere quel maledetto Piave.

Augusto Grandi
Informazioni su Augusto Grandi 344 Articoli
Dopo alcune esperienze in radio e testate locali, nel 1987 è diventato redattore del quotidiano economico Il Sole 24 ORE, come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d'Aosta. Oltre all'ambito giornalistico si occupa di romanzi di narrativi e saggistica. Nel 1997 ha vinto il "premio giornalistico Saint-Vincent" e nel 2011 è membro della giuria del "Premio Acqui Storia" nella sezione divulgativa. Dal 2011 è senior fellow del Centro studi Nodo di Gordio con cui collabora attivamente nella stesura di diversi articoli a sfondo geopolitico. Dal 2011 sono itineranti in Italia le sue mostre fotografiche sullo sfruttamento del lavoro nel mondo e sulla condizione del lavoro femminile, realizzate nell'ambito del Festival Nazionale della Sicurezza promosso dall'associazione Elmo e dal comune di Pergine Valsugana (Trento), col patrocinio dell'OSCE. Nel 2017 ha lasciato il Sole 24 Ore e conduce la trasmissione "Il Tafano" su Electoradio e su Radio Antenna 1. Editorialista sul mensile Espansione, collabora con la testata online "ongood".