50 anni dalla morte di Jan Palach

Jan Palach: un simbolo che è emblema di chi crede nella libertà dell’individuo e dei popoli. Ricorrono in questi giorni i 50 anni dall’auto-immolazione di Jan Palach, giovane studente dell’allora cecoslovacchia che si uccise dandosi fuoco il 15 gennaio 1969 come segno di protesta e di disperazione contro la censura comunista e l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia.

Morì 4 giorni dopo, non prima di aver ripetuto a coloro che lo interrogarono di aver compiuto il gesto come segno di protesta, perché secondo lui “L’uomo ha il dovere di lottare contro il male che sente di poter affrontare”.

Il regime comunista cercò in tutti i modi di occultare quanto da lui fatto, affermando persino una fantasiosa teoria del fuoco freddo. Vilém Nový, deputato e membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco, a fine gennaio 1969, in un’intervista dell’agenzia di stampa estera Agence France-Presse, espose in pubblico la teoria del “fuoco freddo”: Palach sarebbe stato convinto di utilizzare un liquido che avrebbe solo generato delle fiamme, senza bruciare (in realtà non esiste alcuna sostanza chimica con simili proprietà). I responsabili dell’accaduto furono, secondo la versione di Nový, gli scrittori e la stampa di destra.
Tesi che fu oggetto di una denuncia per diffamazione che si risolse con una sentenza in cui la motivazione era che non solo Vilém Nový aveva avuto ragione a criticare il gesto di Jan Palach, ma era anche suo dovere farlo. I querelanti, che dopo la sentenza dovettero rimborsare le spese processuali degli accusati, furono etichettati dal giudice come “nemici del socialismo”.

Significative sono le parole scritte da Charta 77, organizzazione anticomunista di cui era membro il futuro presidente ceco Václav Havel, in occasione dei 20° anniversario dell’auto-immolazione alla patria del giovane: “È morto perché voleva gridare il più forte possibile. Voleva che ci accorgessimo di quello che ci stava accadendo, che vedessimo quello che stavamo facendo e sentissimo quello che stavamo dicendo in quell’epoca di concessioni ritenute inevitabili, compromessi spacciati per atti ragionevoli e tattiche che si volevano far credere intelligenti. Ci stavamo dimenticando che anche quando la pressione aumenta qualcosa deve resistere, qualcosa di fondamentale, che non può essere merce di scambio e senza il quale la vita umana perde la sua inalienabile dignità.”

Il darsi fuoco per una causa nobile come la libertà dell’individuo e della Patria, riprendendo quel simbolismo effettuato anche in Vietnam negli anni sessanta e poi nella Cina comunista dai monaci tibetani, è stato del resto apprezzato da molte associazioni studentesche di qualsiasi area politica che in varie occasioni hanno celebrato la sua figura di martire della libertà.

Ricordando la figura di Jan Palach non si deve neanche dimenticare quella di Jan Zajíc, suicidatosi un mese dopo e con le stesse modalità del primo. Nella sua lettera di addio scrisse alla famiglia: “Mamma, papà, fratello e sorellina! Quando leggerete questa lettere sarò già morto o molto vicino alla morte. So quale profonda ferita provocherò in voi con questo mio gesto, ma non preoccupatevi per me… Non lo faccio perché sono stanco della vita, ma proprio perché la apprezzo. E la mia azione ne è forse la migliore garanzia. Conosco il valore della vita e so che è ciò che abbiamo di più caro. Ma io desidero molto per voi e per tutti, perciò devo pagare molto […]”.