Sulla legalizzazione o meno dell’eutanasia se ne è discusso fin troppo in quest’ultimo periodo e comunque lo si voglia chiamare non fa differenza; dolce morte, scelta di fine vita o suicidio assistito, il fine resta sempre il medesimo: quello di morire dignitosamente e con onore. 

«E per la libertà, così come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio anche la propria vita» scriveva Miguel de Cervantes, che vedeva proprio nell’onore e nella dignità quel valore fondamentale e inalienabile che contraddistingue l’essere umano in qualunque scelta egli compia, specie se consapevolmente. Dopotutto scegliere altro non vuol dire che «individuare tra più cose quella che, in base a un confronto fondato su valutazioni oggettive o soggettive, appaia più rispondente allo scopo o più adatta alle circostanze» riprendendo in mano il vocabolario della lingua italiana.

Certo il diritto alla vita, primo fra i diritti fondamentali dell’uomo, è come tale inviolabile e va assicurato a tutti, ma fino a che punto? Fino a quale sottile limite, conciliabile con il grado di sopportazione del dolore umano, esso può essere concepito? Come affermava Luciano De Crescenzo, «Io non ho paura della morte, al limite mi scoccia. Ho paura, invece, come tutti immagino, del dolore […] e a quel punto mi andrebbe d’incanto l’eutanasia! A mio avviso, un paese davvero civile dovrebbe consentirla per legge» (La distrazione, 2000).

Peccato che il contrasto culturale che ci separa da altri paesi è notevole e l’Italia, per ragioni etiche e morali, sociali e religiose, non permette la possibilità di essere assistiti nel processo di morte, seppur accompagnata in maniera dignitosa. La odierna legislazione preferisce appellarsi alla possibilità di “vita” a tutti i costi, anche per i malati terminali, mettendo in atto un vero e proprio “accanimento terapeutico” nei confronti dei pazienti. Lo stesso Albert Einstein avrebbe affermato: «Voglio andarmene quando lo voglio “io”. È di cattivo gusto prolungare artificialmente la vita». (Pensieri di un uomo curioso, 1996).

E se qualcuno, come nel caso dell’Associazione “Amici di Lazzaro”, afferma che il suicidio assistito non ha nulla a che vedere con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, allora sarebbe il caso di calarsi nei panni di un malato terminale cercando di capire cosa stia passando nella sua mente: se l’idea di continuare a vivere ancora, attaccato a dei macchinari che gli permettano quanto, oppure di lasciare perdere.

E’ tristemente noto il caso “Terri”, in Usa, del 2004: la donna, residente in Florida, a causa di uno squilibrio del potassio subisce un arresto cardiaco, riportando al cervello danni tali da ridurla in stato vegetativo. Ha inizio un calvario legale lungo la bellezza di quindici anni (dal 1990 al 2005) con la conseguente sentenza, da parte della Corte suprema della Florida, di incostituzionalità della «Legge salva-Terri» (creata per consentire al governatore Jeb Bush di tenerla in vita artificialmente)  acconsentendo pertanto alla richiesta del marito di mettere fine alle sue sofferenze.

Scelta ampiamente condannata dalla chiesa, la quale, con Papa Giovanni Paolo II, si scagliò contro la decisione di negare alimenti e idratazione a un disabile«costituendo peccato». Parole queste, mosse da un Papa in grado di dimostrare un forte senso di attaccamento alla vita fino alla fine, a testimonianza di una lotta condotta per la vita in tutte le sue forme e circostanze. Una scelta quindi certamente inconcepibile per la chiesa, ma in totale antitesi con l’ideologia stessa di una politica di destra basata sul volere fondante dell’onore e della dignità dell’uomo.

Tuttavia l’utilizzo di buone leggi, come in questo caso, apre la strada ad una consapevolezza dei casi tale da comprendere che lo scopo resta quello di servire alla vita, al suo naturale regolarsi e autodeterminarsi: per impedire – parafrasando ciò che si afferma nel sito eutanasialegale.itche siano altri a decidere per noi. In nome di cosa poi? Di stati o religioni? Per garantire quali libertà e responsabilità politiche alle nostre scelte? 

Forse, come scriveva Serena Foglia, il vero problema sta nel fatto che «La cultura moderna che oggi nega la morte, ha abbracciato anche il mondo della medicina che molto spesso non riconosce i limiti dei trattamenti della malattia, non ascolta, non ha attenzione al dolore». (Il posto delle fragole, 1999) 

Essere quindi liberi di morire in maniera dignitosa e interrompere sofferenze fisiche e psichiche dovute a una malattia incurabile dovrebbe essere, al pari del diritto alla vita, un diritto inalienabile. Rappresenta una scelta di vita, per l’appunto, che pone il soggetto in condizioni tali per cui la dignità dello stesso venga rispettata.

E come affermava Umberto Galimberti, «il problema dell’eutanasia non mette in gioco il valore della “vita” che prolifera ovunque, ma il valore dell’“individuo” che, in certe condizioni, può non ritenersi più degno di sé, e può quindi sentirsi in diritto di decidere di por fine a un’esistenza che, grazie all’assistenza tecnica, procede nella sua anonima irreversibilità» (Il segreto della domanda, 2008).

Giuseppe Papalia