Il ritorno dei dorotei, questa volta a cinque stelle

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Chi se li ricorda i dorotei? Erano la corrente di maggioranza della Dc. All’interno del parlamentino democristiano erano il corpaccione che decideva le sorti del partito e della Nazione. Erano centristi, moderati, a favore del centrosinistra, per il compromesso storico o per la solidarietà nazionale, si dividevano in preamboli e trattative e lo facevano non per convinzione ma per tatticismo. Del resto le stesse persone: Rumor, Fanfani, Zaccagnini, Colombo, Andreotti, Moro (alcuni entravano e uscivano dal corpaccione) erano, nel corso della loro vita politica più o meno centristi a seconda della situazione interna al partito e al Parlamento.

I dorotei erano il simbolo stesso della prima Repubblica, del modo fluido di cambiare posizione. La seconda Repubblica era nata contro il doroteismo: o di qua o di la, le alleanze prima, i leader chiari. In Parlamento sono tornati i dorotei e hanno il volto apparentemente nuovo dei cinque stelle.

Solo il peggior doroteismo, infatti, può pensare indifferentemente di fare le alleanze con la Bonino, con la Lega, con Berlusconi o con il Pd solo sulla base dei nomi e degli spazi e non dei progetti, delle visioni del mondo. Eccoli tornati, sotto forma di giovani i nuovi dorotei senza neanche la cultura dei dorotei, solo un po’ più rozzi e più cinici.

Effettivamente neanche Andreotti avrebbe mai pensato di poter scegliere indifferentemente come interlocutore Emma Bonino o Salvini, Berlusconi o Calenda e di farlo solo sulla base di logiche ad personam o contra personam.

Antonio Tisci