Fra privatizzazione e nazionalizzazione c’è una terza via. Il disastro di Genova ha fatto emergere un problema: quello delle concessioni della rete autostradale italiana che dal 1992 è stata svenduta ad alcuni imprenditori che ne hanno tratto enormi ricchezze, dato che i pedaggi fruttano 6 miliardi di euro l’anno, di cui allo stato vanno poco più di 800 milioni. Davvero un bel business. Che cosa c’è di meglio che star lì con la borsa aperta ed aspettare che vi cadano miliardi di euro? Per la verità ci sono anche delle spese: manutenzione e personale. Ma ogni anno più di un miliardo di euro arriva nelle casse di Gavio, Benetton e company. Lasciamo ad ingegneri ed esperti parlare delle manutenzioni, delle costruzioni, dei controlli, dei materiali.

Ragioniamo sugli assetti delle autostrade che, come l’acqua, l’energia, la salute, l’istruzione, la difesa e la sicurezza sono strategiche per il paese. Logica vorrebbe che tutto ciò che è essenziale per la vita degli italiani fosse in mano pubblica. Seguendo questo ragionamento va da sé la richiesta di nazionalizzazione della rete autostradale.
Ma qui emerge un problema. Lo stato non ha dato buona prova di sé nella gestione di ciò che è suo. Inefficienze, sprechi e ruberie caratterizzano tutto ciò che è statale. Ma non è comunque una buona ragione per lasciare le autostrade ai privati. C’è una terza via: lasciarle in mano pubblica, ma non allo stato, bensì agli enti locali, comuni, regioni e province.

C’è in tal senso un esempio virtuoso, quello della A4, l’autostrada Brescia-Padova, la più importante e trafficata d’Italia, che per decenni è stata gestita da una società formata dagli enti locali attraversati dall’arteria. La sua gestione è stata eccellente e i guadagni anziché finire nelle tasche di Benetton sono serviti a costruite numerose opere pubbliche sul territorio. Questa è la formula per far tornare in possesso dei cittadini la rete autostradale.