IL CALCIO ITALIANO COME L’INDUSTRIA: DA RETROCESSIONE

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Il calcio è stato spesso considerato come una metafora. Metafora della guerra, metafora – negli anni dopo il ’68 – anche del sesso con i soli attaccanti come maschi “normali” ed eterosessuali (il goal come penetrazione) ed i portieri con il complesso d’Edipo perché impedivano che la madre (la porta) venisse violata da altri. Ma il calcio italiano è davvero una metafora della politica e della vita quotidiana di questo Paese in declino. Il “più bel campionato del mondo” si è trasformato in un palcoscenico per interpreti minori. I campioni, quelli veri, giocano altrove. Non tanto nella ricca, ottusa e taccagna Germania, ma nella disastrata Spagna, nell’ancor più disastrata (a sua insaputa) Francia, in Inghilterra. In Italia no. Ha ragione Conte quando sostiene che in Italia non si può costruire una nazionale vincente sino a quando, in serie A, la maggioranza dei giocatori arriva da altri Paesi.

Una trasposizione calcistica dell’immigrazione di clandestini sulle coste siciliane? Ma è la risposta dei club che è illuminante sul rapporto, sempre più stretto, tra calcio e Italia fuori dagli stadi: si comprano calciatori stranieri perché costano meno rispetto agli italiani che arrivano dalle squadre giovanili. Dunque, nel calcio come nel lavoro, la formazione rappresenta un costo e non un investimento. Dunque meglio risparmiare sulla preparazione di giovani calciatori e di giovani studenti e rivolgersi all’immigrazione di gambe per il calcio e di braccia per le fabbriche. Con l’evidente risultato di avere un campionato di livello sempre più basso ed una produttività industriale che non cresce. Ma il burattino assicura che, d’ora in poi, nel mondo del lavoro si copierà dalla Germania (solo per la parte relativa allo sfruttamento). Nel calcio, invece, si procede come sempre.

Il mondo del football riesce ad essere persino più lento di quello della politica. Eppure i modelli, diversi, non mancano. Si possono cedere i club agli sceicchi o agli oligarchi russi. Succede in Inghilterra, succede anche in Francia. Oppure si possono coinvolgere le tifoserie, come in Spagna. Dove la “cantera” del Barcellona e le altre formazioni giovanili delle altre squadre, continuano a sfornare campioncini anche se i club acquistano calciatori da ogni parte del mondo. Continuando ad investire. Già, questa parola sconosciuta agli imprenditori italiani, del pallone e delle industrie: investimento. Quella parola magica che permette di aumentare la produttività, di migliorare la qualità, di vincere i campionati di calcio, le coppe internazionali e pure la sfida dei mercati quando si parla di industria. Investimento è una cosa diversa dal vendere un calciatore per 14 milioni ed acquistarne un altro, al suo posto, senza pagarlo un centesimo.

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