Lo scorso 29 luglio il governo dello Zimbabwe ha comunicato che Cecilleone maschio (Panthera leosimbolo del parco nazionale di Hwange, è stato proditoriamente ucciso agli inizi di luglio da Walter Palmer, un odontoiatra americano.

Egli avrebbe attirato il leone con un’esca attaccata alla sua auto fuori dal territorio delimitato della riserva, per poi colpirlo con una freccia e aspettare 40 ore prima di finirlo a colpi di pistola. L’obiettivo era di scuoiare Cecil per poi staccargli la testa come trofeo di caccia.

Quello che è avvenuto dopo rimane un mistero: Palmer sarebbe fuggito e poi protetto da un cacciatore professionista, Theo Bronkhorst e da Ernest Mpofupossessore della fattoria dove è stata ritrovata la carcassa del leone. Questi ultimi due sono stati arrestati e poi rilasciati su cauzione, mentre Palmer è rientrato negli Stati Uniti ma non si ancora dove sia.

Ovunque si volga costui, è, se mi si passa il termine, braccato: in Zimbabwe una petizione che chiede la sua estradizione per essere processato da un tribunale locale, mentre a casa sua Palmer deve affrontare l’indignazione di tantissimi, inferociti per il suo atto.

Perché già vi sono moltissime persone, basta mettere il naso fuori dalla finestra per un attimo, che si sono già armate di forconi, pali, corde, picche e vergini di ferro per chiedere, anzi esigeregiustizia. A causa alle veementi proteste presso il suo studio dentistico e la sua casa, prese di mira dagli ambientalisti, Palmer ha dovuto chiudere la sua attività, compresa anche la pagina Facebook dello studio, intasata di insulti da parte dei navigatori.

Inutile dire che, spesso, le lamentele di costoro sono querule e lutulenti voci; certo, vi è chi è mosso da fremente e sincero sdegno per la vicenda, per l’animale ingiustamente uccisocontro il cacciatore, ma i più sono mossi dalla fama transeunte dell’avvenimento.

Certamente la caccia e il safari non sono transeunti: la prima è attività connaturata all’uomo ab ovo, utilizzata per difendersiattaccare e procacciarsi il cibo; la seconda non nacque tanto perché il problema della fame era stato risolto largamente, ma quanto per soddisfaresublimandolo, l’istinto ancestrale detto poc’anzi.

Infatti, affinandosi sempre più gli strumenti della mente e della sensibilità d’animo, si è potuto ampliare la visione dei legami fra mondo umano e animale. Molte riflessioni si sono sviluppate non solo perché, ad esempio, proviamo più empatia per una tipologia di animale che per un’altra (nel caso del leone per l’idea di regalità e certe caratteristiche accomunabili all’uomo), ma anche sul significato oggi della caccia e del safari.

Per safari s’intende un’escursione naturalistica in riserve o parchi con l’obiettivo di avvistare fauna selvatica. I turisti, quindi, si armano di macchine fotografiche e, spesso su mezzi blindati, percorrono queste riserve naturalistiche accompagnate da guide che mostrano la natura nel suo più splendore.

Naturalmente vi sono pro e contro: i safari da una parte permettono introiti a molti paesi che ospitano questi parchi e riserve (molti di quelli presenti nell’Africa orientale e australe sono patrimonio dell’UNESCO) e rappresentano una sorta di “sorveglianza indiretta” contro il bracconaggio; dall’altra, se non ben organizzati, possono produrre inquinamento e l’afflusso di turisti può disturbare le attività di sopravvivenza degli animali.

Questo all’interno delle riserve; ma al di fuori di queste? Non è raro imbattersi in siti che offronolegalmente, ampie possibilità di caccia per persone che vogliono provare il brivido di essere per un giorno cacciatore.

Come per ogni cosa, c’è un prezzo: da poche decine di dollari per sparare ad un uccello, a molte migliaia per i predatori pericolosi. Gli intermediari del luogo permettono non solo di dotare il “cacciatore” di ogni comfort, ma anche di risparmiare qualcosa sulla battuta di caccia.

È ormai tempo di stabilire se il safari è un’attività venatoria, per eliminare ogni pericolosa incertezza: nella mente dei cacciatori professionisti lo è sicuramente, perché si attengono alle regole che vogliono evitare che la morte delle specie protette.

Forse c’è molto di più di quello che vediamo: un business sommerso di miliardi, che autorità compiacenti sono pronte a garantire al di là della vera essenza del safari, un momento anche per vedere in tutta sicurezza il regno animale. Certamente non dovrebbe essere un business di sangue, come sarebbe ora di smetterla di indignarsi a fasi alterne e quando fa più comodo.

di Pasquale Narciso