Cinque dure critiche al leader leghista. Da rispedire ai mittenti

Fino a non molti anni fa, dagli osservatori più accreditati e snob la galassia leghista era ritenuta un’area politica minoritaria e folklorìstica, un bizzarro sognopadano. Poi è venuto il ciclone Matteo Salvini, che nella Lega che ha cambiato moltissimo, dalla pelle – passata da verde a blu – al consenso, che oggi ne fa il primo partito italiano. Un successo straordinario, anche se chi osservava la politica con attenzione lo poteva immaginare; non a caso quasi cinque anni fa, proprio sul mio blog, lo si scriveva a chiare lettere: il consenso di Salvini cresce, «e crescerà».

Parallelamente alla nascita del governo gialloblù, che ha visto la Lega salire al governo e nel gradimento degli elettori, e man mano che si avvicina il voto delle europee di domenica prossima, è maturata un’opposizione al partito di Matteo Salvini. Un’opposizione in parte fisiologica – chi è al governo è naturale sia criticato e, talora, contestato – in parte, però, ideologica. Soprattutto, contraddittoria su numerosi aspetti che, nelle righe che seguiranno, metteremo brevemente in luce. Più precisamente, le contraddizioni dell’antisalvinismo sono almeno cinque.

La prima consiste nell’odio che una certa area politica, prevalentemente di matrice progressista, contesta a Matteo Salvini, accusato di alimentare demagogicamente sentimenti di ostilità, in particolare tra italiani e stranieri. Una critica che non solo manca di riscontri concreti – nelle regioni governate da anni dalla Lega gli immigrati risiedono, vivono e lavorano serenamente -, ma che in realtà vede molto più odio nell’opposizione al leader leghista, contro il quale ogni insulto viene ritenuto lecito, senza che ormai alcuno più si scandalizzi.

Una seconda contraddizione dell’antisalvinisimo, genericamente inteso, consiste nel suo dichiararsi ispirato alla fraternità e all’apertura verso il prossimo. «Io sono mentalmente aperto, non come quelli là», è il pensiero dell’antileghista medio. Già, peccato che quest’apertura valga solo verso persone di culture diverse, ma non di idee diverse, specie se quelle idee sono leghiste. L’opposizione al leader del Carroccio è dunque forse esterofilia, senz’altro eurofila, ma non certo ispirata da una sincera apertura verso il prossimo in quanto tale. Anzi, da questo punto di vista trasuda ipocrisia.

Un terzo paradosso dell’opposizione al leader leghista consiste nel fatto che l’accusa forse principale che gli viene mossa è quella di essere insensibile ai morti in mare, con la sua letale «chiusura dei porti». Peccato che sia vero il contrario dal momento che, da quando Salvini è Ministro dell’Interno, non solo il numero degli sbarchi è diminuito molto più di prima (una flessione iniziò già con Minniti), ma con gli sbarchi sono diminuiti anche gli annegati nel Mediterraneo. Paradossalmente, quindi, lasciare carta bianca alle Ong è molto più sconveniente per chi vuole ridurre il numero delle vittime del mare.

Una quarta contraddizione dell’antisalvinismo consiste nel rimproverare al leghista una professione di cristianesimo nei fatti incoerente. Si dà però il caso, almeno in Italia, siano stati i politici dalla condotta apparentemente inattaccabile – fedeltà coniugale, tanti figli, Messa la domenica – a far approvare le leggi più anticristiane, dalla legge 194 sull’aborto (unica norma italiana recante in calce la firma di cinque politici cristiani) alle unioni civili imposte dai cattolici Renzi e Boschi. Non sarebbe quindi il caso di prendersela con la fede tradita in Parlamento, anziché nel privato? Perché nel secondo caso le conseguenze sono individuali, nel primo sociali.

La quinta contraddizione del fronte anti-Salvini riguarda l’asserita deriva antidemocratica della Lega, con il Ministro dell’Interno che spesso indossa felpe o abiti della polizia e gli striscioni contro di lui che vengono rimossi. Ora, a parte gli striscioni offensivi verso chiunque sono di norma fatti togliere, sfugge qui un aspetto fondamentale: la democrazia rappresentativa trae legittimazione in primo luogo dal voto popolare. Dunque, quanto ad esecutivi non del tutto legittimati dobbiamo pensare, semmai, a quelli Monti, quindi Letta, Renzi e Gentiloni, con il Pd rimasto a Palazzo Chigi anni senza di fatto aver mai vinto pienamente le elezioni.

Il 4 marzo 2018 il Movimento 5 Stelle si era invece rivelato il primo partito italiano, primato che probabilmente – lo vedremo a breve – ora ha la Lega. Tutto si può dire, quindi, tranne che un governo formato dalla prima e dalla terza (ieri) o dalla prima e dalla seconda (oggi) forza politica sia privo di legittimazione popolare e quindi antidemocratico. Ne consegue l’evidenza anche di questa quinta contraddizione dell’antisalvinismo, molto sentito da quanti ne condividono le istanze ma, di fatto, minoritario nei consensi. Pertanto, se c’è qualcosa di segnato dall’ostilità feroce e dal rifiuto della logica democratica, oggi, esso è proprio l’antisalvinismo.

Giuliano Guzzo