Come il centrodestra (non) deve essere

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Negli ultimi giorni la politica italiana ha deciso di rimettersi in moto. Sabato parte della sinistra del PD e SEL hanno dato vita a “Sinistra italiana”, quindi ieri Salvini ha definitivamente dimostrato di essere il leader del centrodestra che fu ed infine gli ormai famosi quarantenni della mozione di AN hanno appena concluso la conferenza stampa di presentazione dell’associazione politica “Azione Nazionale”.

A Bologna il remake dei vent’anni del centrodestra ha dimostrato di aver esaurito la sua progettualità, ribadendo sempre vecchi concetti ormai logori resi attuali soltanto dal cambiamento del nemico di turno. Se nel linguaggio forzaleghista di anni fa la minaccia arrivava dai comunisti, oggi arriva da Bruxelles e dall’UE; se Prodi era il nemico da mandare a casa a spallate, oggi è Renzi, e poi meno tasse senza spiegare dove tagliare la spesa.Se proprio si vuole trovare una differenza dal duo Berlusconi-Bossi, il secessionismo leghista è diventato un lepenismo a due velocità: nazionalista in Europa e ambiguo in Italia.

Berlusconi è apparso grigio come la sua carta d’identità e senza più quel carisma che l’ha contraddistinto per vent’anni: ha sbandierato i sondaggi, l’abolizione delle tasse, il pericolo del PD e della magistratura. Salvini, pur dimostrando di essere un bravo comunicatore, è riuscito ad azzerare tutti i dibattiti sulla democratizzazione del centrodestra, mettendo le primarie in secondo piano; ha definito parassiti la Boldrini, Renzi e Alfano dimenticando di riportare il suo “foglio presenze” a Bruxelles.

Tra tutto quello che ha detto però, una cosa del Salvini-pensiero la condivido:

Non è più il 1994, questa non è la Casa delle libertà, è una nuova storia e la guidiamo noi, il passato non torna.

E dato che il passato non torna, finalmente possiamo guardare a quello che sarà. L’Italia ha un terribile bisogno di un’area “diversa” da quelle presenti, che rappresenti gli italiani di buona volontà, l’amore per la nostra Patria e non di un becero nazionalismo di borgata che sia portatrice di buone idee e pronta a percorrere strade nuove. Un’area quindi che sia pronta a mettere in discussione se stessa prima ancora di confrontarsi con le altre realtà già precostituite. Il mondo è completamente cambiato da quello del 1994, quando avevo appena sei anni e Berlusconi rappresentava una novità valida con collaboratori del calibro di Mennitti e Martino. Oggi invece cerca di rilanciare la sua attività politica rincorrendo posizioni totalmente incompatibili con quelle della sua “discesa in campo”.

Nel 2015 il problema non sono più i comunisti, non è l’Europa, non sono nemmeno quei ragazzetti ultratrentenni che vanno a incendiare la stazione di Bologna, ma poi la sera vanno a casa e trovano il pane in tavola; le sfide di oggi sono il malessere nei confronti delle élite, la crisi economica, la crisi di legittimità delle istituzioni, il relativismo culturale. Un’area “diversa” che voglia essere nazionale e incarnare lo spirito della nostra tradizione deve essere in grado di proporre un’Europa migliore, come prima di noi hanno fatto Mazzini e Spinelli. Per proporre un’Europa migliore un’area “diversa” avrà anche il compito di criticare i difetti di questa Europa che conosciamo, senza cadere nell’antieuropeismo vero o presunto di Lega e Fratelli d’Italia.

Un’area “diversa” dovrà avere il coraggio di dire che un bilancio di Stato così insostenibile è una bomba messa nelle mani dei nostri figli e che sarà disposta a tutto per disinnescarla ad esempio dando spazio alla libera iniziativa dei nostri giovani, che hanno idee brillanti come da tradizione dell’imprenditorialità italiana, ma non hanno la possibilità materiale di attuarle perché lo Stato italiano oggi non è loro amico. Un’area “diversa” dovrà decidere da che parte schierarsi, se dalla parte di queste élite in crisi o da quella delle energie che arrivano dalla società, dall’associazionismo, dall’imprenditoria, e che non si sono ancora espresse perché già erano consce del trattamento che avrebbero ricevuto. Un esempio è l’ascesa di “Ciudadanos” in Spagna, che in una decina d’anni ha superato il PSOE e sta per superare il PP; o il Presidente Iohannis in Romania, che è sceso in piazza ad ascoltare la popolazione durante le proteste contro la corruzione che si stanno svolgendo in questi giorni. Vista la complessità della società contemporanea, quest’area “diversa” dovrà necessariamente essere plurale e aperta, un’agorà pronta a riflettere sulle nuove sfide della politica diventando punto di riferimento per il dibattito e il dialogo tra generazioni.

Dopo tutta questa negatività, posso dire con fiducia che apprezzo gli sforzi di Alessandro Urzì e degli altri quarantenni, dando vita ad un’associazione hanno dimostrato di aver capito l’impossibilità di dare una forma partito ad un’area “diversa” da quelle presenti nel panorama politico italiano. Solo se cercheranno di essere altro rispetto a quello che abbiamo visto fino ad oggi, riusciranno a creare una nuova realtà nella politica italiana. Alla politica di oggi manca un sogno per potersi distinguere dalla tecnocrazia, dall’amministrazione dell’ordinario. La manifestazione di ieri ha dimostrato che c’è un popolo che ha voglia di qualcosa di diverso, ma ha sbagliato i riferimenti, perché Salvini, Berlusconi e la Meloni continueranno a proporre la brutta copia dei tempi che furono. E allora, a maggior ragione, per non lasciarli soli, dovremo impegnarci tutti per dare un progetto concreto e credibile alla voglia di cambiamento. Soltanto la somma di tutte le forze positive sparse nel territorio potranno trasformare la politica in un sogno, in un senso di appartenenza indispensabile per tuffarsi in un’avventura.

Se questa bella iniziativa a cui oggi i quarantenni hanno dato vita saprà farsi carico di ascoltare tutte le idee provenienti dalle realtà più diverse sarà anche in grado un giorno di dare proposte concrete ad un’area “diversa”, alla quale ho tutta la voglia del mondo di partecipare.

Matteo Zanellato

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