Crozza fa l’americano per Discovery e scorda Inc cool 8

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Maurizio Crozza lascia la 7 e sbarca su Nove. Messa così potrebbe essere una notizia per la rubrica “chissenefrega”. Ma così non è. Il comico, che era uno dei punti di forza della rete dell’editore italiano Urbano Cairo, passa in una TV dell’americana Discovery. Che sta crescendo rapidamente e considerevolmente in quella fascia di ascoltatori definiti millenials, ossia i giovani nati tra la fine degli Anni 80 ed il 2001. Scelta più che legittima da parte degli americani. Soprattutto considerando il braccino corto di molti editori italiani. Magari sulla scelta di Cairo di non rilanciare avrà anche pesato il calo di ascolti di Crozza, ma al momento alla 7 non si vedono fenomeni in grado non solo di rilanciare e far crescere l’emittente, ma neppure di garantire la tenuta delle posizioni.

Magari viene da ridere pensando a quando Crozza scherzava su Inc cool 8, ossia sulla penetrazione “dolce” dello stile americano, tra fregature varie per utenti ed acquirenti. Gli americani, leader mondiali indiscussi del soft power, hanno invece scelto di investire sul potenziamento dell’immagine dell’american way of life. Attirando il pubblico con lo specchietto di Crozza e offrendo un programma “culturale” a Fabio Volo. Magari riusciranno a riciclare anche Saviano. Senza rinunciare, ovviamente, a rappresentare la vita e lo stile americano, con cibo spazzatura che in Italia farebbe ribrezzo al peggiore dei cuochi, con programmi in cui si esaltano comportamenti che la vecchia Europa giudicherebbe squallidi, con la glorificazione del piagnisteo in qualsiasi situazione.

La migliore preparazione all’invasione di prodotti americani di infima qualità grazie al Ttip. L’ignoranza come valore assoluto, la cultura come nemico principale, la banalità come linea conduttrice di vite senza senso. Un mondo dove tutto si vende è tutto si compra, a cominciare dai sentimenti. Per l’editore americano l’Italia attuale può davvero rappresentare il terreno più fertile per imporre ulteriormente comportamenti già frequenti.

D’altronde se Fabio Volo può essere spacciato per un intellettuale, non è certo colpa degli americani. E non è colpa degli americani se, di fronte alla prospettiva di investire anche in settori dove sarebbe facile guadagnare, gli editori italiani preferiscono tagliare e risparmiare. Pronti ad essere colonizzati, ma con il portafoglio gonfio.